giovedì 2 aprile 2020

Coronavirus, l'esperta: "L'isolamento sociale pesa, ma è l'occasione per dare spazio alla famiglia"



Ansia, paura, depressione e insonnia sono fra gli effetti delle restrizioni. Ma una situazione di svantaggio come questa può regalarci tempo da dedicare al nucleo familiare.
DA QUANDO è iniziata l’emergenza coronavirrus,stiamo sperimentando una serie di reazioni-ansia, stati depressivi, attacchi di panico, alterazioni nei ritmi sonno-veglia e nell’alimentazione-, spia di un forte disagio. Risposte comprensibili, visto che stiamo affrontando un forte stressdovuto alla necessità di combattere un nemico non prevedibile.Tuttavia, questi stati si sono amplificati a dismisuraquando è partita la richiesta del Governo di restare in isolamento, di mantenere le distanze dagli altri, di non abbracciarsi, baciarsi, toccarsi, darsi la mano. All’ improvviso ci siamo visti tagliati fuori dalla nostra vita sociale,non solo quella che fa capo ad  amici e parenti ma anche quella che comprende gli estranei.Gli altrinon li possiamo più vedere. E ci stiamo rendendo contoche non è vero che “L’Inferno sono gli Altri” come sosteneva Jean Paul Sartre. E’ vero piuttosto che l’ “ Inferno” è quando gli Altri non ci sono. 

La distanza dagli altri

Ma come mai il distanziamento socialefa aumentare cositanto lereazioni di disagio? Una interpretazione plausibile è  quella che  fa ricorsoal modo in cui  si è dipanata la nostra evoluzione biologica, eal modo in cui,di conseguenza, sono organizzati il nostro cervello e la nostra mente.Ai primordi della nostra specie, nell’ambiente pieno di pericoli in cui vivevano i primi uomini, la sopravvivenza era assicurata dalla possibilità di mantenere la vicinanzacon altri essere umani.

Il bisogno di compagnia

Di conseguenza, la selezione naturale ha fatto sì che la nostra programmazione genetica preveda che noi siamo fortemente inclini a cercare gli altri e che la socialità produca, in automatico, un forte senso di benessereattraverso un meccanismo che ha a che fare con il funzionamento del nostro cervelloLa presenza degli altriproduceinfatti, un innalzamento del livello di oppioidi endogeni, interni al nostro cervello.Questi oppioidi sono analoghi alle droghe della famiglia degli oppiacei e  provocano, come quelle, molto piacere. Gli “altri”, in altri termini,  sono gli stimoli che producono queste droghe all’interno dell’organismo.  
 

Il corpo reagisce

Quando si sta da soli si ha un abbassamento del livello deglioppioidi. Quindi,quanto più siamo costretti  a non vedere le altre persone, tanto più le desideriamo, etanto più proviamo frustrazione, agitazione,  depressione.Abbiamo, in pratica, delle reazioni simili a quelle dei tossicodipendenti che si ritrovinoin crisi di astinenza! 

La paura di restare soli

A questa necessità/bisogno di socialità si accompagna, in maniera speculare,la paura di stare da soli. Da soli si correva il rischio di non sopravvivere. Non a caso questapaura è a base innata esi manifesta già alla nascita. I neonati piangono disperati se lasciati da soli;producono in questo modo l’accostamento della madre, la quale, già ai primordi della nostra specie,proteggendoli assicurava lasopravvivenza. E questa paura si manifesta anche negli adulti perché è strettamente correlata, secondo percorsi ancestrali, alla possibilità di non morire.

L'ormone del benessere

 A base genetica può essere considerataanche la ricerca delcontatto che viene indirizzata essenzialmente a chi possa prendersi cura di noi (i genitori, il partner), così che i legami affettivi si pongono come cruciali per la nostra salute, ma anche a chiunque venga percepito come in grado di proteggere, tant’è che trova una sua espressione simbolica nella stretta di mano e nell’abbraccio che destiniamo alle persone che incontriamo. Il contatto produce rilassamento, fa sentiresicuri, fa stare bene.Ma, in questo caso, a quali meccanismi sono da ricondurre questi effetti benefici? Il contatto produce il rilascio di ossitocina,  un neurormone che ha il potere di indurrecalma e che riesce a ridurrel’attività dei neuroni dell’amigdala, quella parte del cervello che si attiva quando si percepisce un pericoloe che è responsabile delle immediate risposte di paura che vengono messe in attoQuando si percepisce un evento pericoloso, invia in automatico segnali di emergenza e fa rilasciare gli ormoninecessari per la difesa, quelli che vengono detti gli ormoni dello stress. 
 

Gli effetti negativi

L’isolamentocomporta, quindi,l’impossibilità di usufruire degli oppioidi endogeni forniti dalla presenza degli altri,un crollo dei livelli di  ossitocina,e,conseguentemente,una scarsa regolazione dell’amigdalaIn altri termini, l’attivazione di questa parte del cervello,a seguito della percezione del pericolo costituito dal coronavirusnon può essere modulata dalla presenza delle altre personeLe risposte di pauraprovocano, pertanto,un aumento esponenziale degli ormoni dello stress ( quali il cortisolo, per esempio), i quali hanno ricadute molto dannose  se la situazione di emergenza si protrae a lungo.Di qui,quei pesanti effetti sull’omeostasi fisiologica,che si manifestano nellereazioni di disagio collegate all’ansia,di cui parlavamo all’inizio, e il rischio, per alcuni di noi, di andare incontro ad unabbassamento delle difese immunitarie. 

La capacità di adattamento

Questi gli effetti negativi e/o rischi del restare a casa, che,  tuttavia, possono essere perlomeno attenuatidalle opportunità offerte da questa condizione anomala.La nostra specie si è evoluta sulla base di una grande capacità di adattamento. Non a caso,dopo un primo momento di sbando, sono state mobilitate tutte le competenze necessarie ad utilizzare le innovazioni tecnologicheche possano renderevicina la distanza,ci si vede e ci si parla comunque, così che gli altri, sia pur non presenti fisicamente, potrebbero comunque produrre quegli oppioidi endogenidi cui abbiamo bisogno per stare bene 

A casa con i propri affetti

Restare a casa permette di recuperare il senso dei rapporti affettivi,con il partner ed essenzialmente con i propri figli, i quali, in questi giorni, stanno ritrovando il piacere del contatto con i  loro padri e madri che, a loro volta,possono riscoprire il piacere dabbracciarsi e diabbracciarli,cosi da produrre  e far produrre quell’ossitocina, che induce sicurezzae calma. Il che non esclude che la coabitazione forzata possa portare ad insanabili conflitti.Coloro che vivono da soli possono vedere e parlare con gli amici e i parenti a distanza così da mantenere i loro legami di affetto.L’ udito e la vista possono sostituire il contatto, al fine di lenire l’ansia e la paura.  
In altri termini, se riusciamoripristinare,nella realtà e/o in maniera virtuale, quelle condizioniche fanno sì che gli altri possano ancora porsicome la nostra droga, restare a casapuò non essere una tragedia.

*Professore Emerito di Psicologia SocialeSapienza Università di Roma,autrice di “Psicologia Sociale-tra basi innate e influenza sociale” e “Il cervello in Amore- Le donne e gli uomini ai tempi delle neuroscienze”, entrambi per il Mulino            

Dal Sito: repubblica.it 

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