martedì 11 febbraio 2020

Ipocondria, perché nasce la paura di essere malati




L'ipocondriaco vive nel terrore di avere gravi malanni e a nulla servono le rassicurazioni mediche. La terapia mira a restituire il giusto peso ai segnali del corpo. Ne parliamo con la psicoterapeuta Lucia Montesi.
L’ipocondria è la preoccupazione di avere o di contrarre una malattia grave. Ogni piccolo malessere o sensazione corporea inusuale sono interpretati come segno di qualche grave patologia, spingendo a consultare  specialisti e a sottoporsi ad esami che però procurano un sollievo di breve durata: accantonato un sintomo, presto se ne ripresenta un altro e ricomincia il pellegrinaggio dai medici, in cerca di una rassicurazione impossibile da ottenere. In altri  casi, all’opposto, la persona rifugge dalle visite mediche per la paura di una conferma negativa e si sottrae così a controlli ed esami anche quando sarebbero opportuni.

La caratteristica del disturbo è proprio l’impossibilità di essere rassicurati: malgrado pareri medici anche autorevoli, la persona continua a dubitare: e se il medico si fosse sbagliato? E se non fosse esperto della sua problematica? E se la sua fosse una patologia rara o sconosciuta? 

L’attenzione è focalizzata sul proprio corpo, che viene controllato di continuo nel tentativo di identificare la malattia e controllarne l’evoluzione. Anche sensazioni fisiche innocuecome un battito cardiaco leggermente accelerato o un movimento intestinale legato alla digestione, sono ingigantite e viste come espressione di una malattia sottostante. La persona ipocondriaca si allarma facilmente, anche sentendo altri parlare dei loro disturbi o ascoltando notizie relative alla salute.

Attualmente, in realtà, il termine “ipocondria” continua ad essere usato solo nel linguaggio comune, mentre in psichiatria è stato sostituito da due diverse etichette diagnostiche: il disturbo da ansia di malattia e il disturbo da sintomi somatici. Il disagio può infatti manifestarsi in due forme: ansia di avere una malattia, ma senza presentare particolari sintomi fisici, oppure ansia collegata a dei sintomi fisici effettivamente presenti, ma sproporzionata rispetto alla loro gravità. In ogni caso, il disagio sperimentato non dipende dal sintomo in sé, ma dall’ansia derivante dal significato che gli viene attribuito.

Le relazioni affettive e sociali possono essere compromesse, perché la persona ipocondriaca spesso si rivolge a familiari e amici lamentandosi, facendo dei propri disturbi il centro della conversazione e chiedendo una rassicurazione che peraltro ha vita breve, fino al nuovo dubbio. Può aspettarsi una considerazione speciale dagli altri, che possono reagire con irritazione, stanchi che tutto debba ruotare intorno ai problemi di salute “immaginari” del soggetto: perché è così che viene infine percepito, un malato immaginario che scoccia gli altri pur non avendo nulla. Ogni invito a considerare una spiegazione psicologica per il suo malessere è violentemente respinto; tipicamente, una persona ipocondriaca rigetta l’ipotesi che i suoi disturbi possano, anche solo in parte, avere natura psicologica e insiste nel cercare una causa e un rimedio di tipo medico.

Perché si diventa ipocondriaci? In alcuni casi il disturbo insorge in seguito a esperienze di malattia personali o familiari, in altri è collegato a certe caratteristiche stabili della personalità, come la tendenza al controllo e il percepirsi deboli e vulnerabili. L’ipocondria, attraverso i tentativi di tenere sotto controllo il corpo e le malattie, rappresenta anche una difesa dalla paura della morte. Può essere anche un modo per attirare l’attenzione su di sé, per essere protagonisti, o invece per evitare di assumersi responsabilità, grazie all’alibi della malattia. Può essere una modalità indiretta di esprimere aggressività, “ammorbando” gli altri con le proprie lamentele e richieste di rassicurazioni che però vengono sistematicamente rifiutate.

Il trattamento psicologico può essere di difficile attuazione perché la persona ipocondriaca per definizione rigetta l’ipotesi di una spiegazione psicologica del suo malessere, oppure la accetta in parte ma raramente ne è davvero convinta. La psicoterapia (soprattutto quella di tipo cognitivo-comportamentale, particolarmente efficace) favorisce  la consapevolezza e l’abbandono di pensieri e comportamenti rigidi e disfunzionali: ad esempio, la convinzione che smettere di preoccuparsi anche per poco tempo sia pericoloso, la tendenza a svalutare i pareri medici, l’attenzione selettiva solo per certe caratteristiche dei sintomi tralasciandone altre, il controllo continuo delle sensazioni corporee, la tendenza a sovrastimare la pericolosità  di sensazioni innocue,  l’evitamento di attività temute come pericolose.

Alcune indicazioni utili prevedono di non discutere delle proprie paure con altri, perché c’è il rischio di ottenere ulteriori informazioni su malattie alimentando altre paure; non rivolgersi agli altri per avere rassicurazione, perché questo alimenta la convinzione di essere incapaci e vulnerabili; evitare di cadere nel circolo delle visite e degli esami medici; imparare a dare interpretazioni alternative e meno drammatiche alle sensazioni corporee; smettere di cercare informazioni su Internet e affidarsi a un solo medico.

La psicoterapia aiuta inoltre la persona ipocondriaca a rinunciare a un controllo illusorio sulla malattia e la morte, accettando che questi eventi sono inevitabili e imparando a vivere tollerando il rischio connaturato all’esistenza. Da un punto di vista relazionale, permette di trovare modalità più adeguate e sane per richiedere attenzione, per suscitare interesse o sollecitudine, per esprimere aggressività.

Dott.ssa Lucia Montesi

Dal Sito: centropagina.it

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