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sabato 8 agosto 2020

Attacchi di panico: evitare il circolo vizioso è possibile





Quanti di voi sanno cosa sia realmente un attacco di panico? E in quanti possono dire di essere stati colpiti da questo fulmine a ciel sereno? Da questi attacchi improvvisi di ansia o di paura? Batticuore, sudorazione, affanno o cervello paralizzato?

Come vedremo tra poco l’attacco di panico può scatenare improvvisamente un uragano di sensazioni.

Origine del termine panico

Ora vediamo innanzitutto cosa sia un attacco di panico, a partire dalla sua etimologia, poiché è curioso vedere come l’esperienza dell’ansia intensa sia intrinsecamente legata all’etimologia del termine stesso.

La parola “PANICO” sembrerebbe derivare dal nome dell’antico Dio greco Pan, nome questo che letteralmente significa “tutto”, poiché, secondo la mitologia greca, Pan altro non era che lo spirito di tutte le creature naturali. Si racconta come quest’ultimo si adirasse con chiunque lo disturbasse, emettendo urla terrificanti e provocando nel disturbatore paura. Alcuni racconti addirittura ci dicono come lo stesso Pan venne visto fuggire per la paura da lui stesso provocata.

Proprio come la persona che soffre di attacchi di panico che tenta di fuggire dalla sua paura.

Crisi di ansia e panico

Gli attacchi di panico risultano essere quindi degli episodi di improvvisa, intensa paura e di una rapida escalation dell’ansia, normalmente presente.

Sottolineo normalmente presente, poiché l’ansia risulta essere una spia avente la funzione di allontanarci da una situazione di pericolo.

Alcuni studi hanno evidenziato come un livello medio di ansia sia in grado di garantirci una prestazione ottimale in certe situazioni, poiché volta a incrementare la motivazione e la concentrazione sulle nostre finalità.

In presenza di un eccessivo stato d’ansietà, al contrario, vediamo come nel soggetto che la prova possano venire meno l’attenzione e il controllo della situazione vissuta.

La paura della paura

La parola panico, come già accennato, si sposa anche con la parola paura. Chi ha vissuto episodi del genere li descrive infatti come un’esperienza terribile. Vediamo come infatti il primo attacco di panico, generalmente inaspettato, venga vissuto con grande spavento e risulti essere caratterizzato da pensieri catastrofici e automatici.

La paura di un nuovo attacco diventa immediatamente forte. Così tanto persecutoria che possiamo parlare di una paura della paura, di un’ansia anticipatoria, ovvero di quel continuo timore che un attacco possa ripetersi nuovamente.

Gli attacchi di panico successivi al primo risultano spesso delle “crisi di paura” che si riattivi l’angoscia di quella “prima volta”. Una paura che sembra limitare l’autonomia della persona che ne soffre, la quale sembra interpretare qualsiasi segnale come minaccioso per la propria integrità fisica o mentale. Una paura questa che porta ad aumentare i livelli di stress e quindi favorire futuri attacchi instaurando un circolo vizioso, dove è la “paura di avere un attacco” che alimenta l’ansia, che diventa panico e che produce un nuovo attacco.

venerdì 9 marzo 2018

Disturbo evitante di personalità



Che cos’è il disturbo evitante di personalità

Il disturbo evitante di personalità è caratterizzato da un pattern pervasivo di inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza e ipersensibilità al giudizio negativo. Tale disturbo è anche caratterizzato da un comportamento stabile di evitamento verso le relazioni e le situazioni in cui la persona può essere sottoposta a valutazione da parte degli altri. Si tratta di un disturbo comune, con una prevalenza dell’1-10%.

Come si manifesta il disturbo evitante di personalità

Gli individui con disturbo evitante di personalità evitano le attività lavorative che implicano un significativo contatto interpersonale per timore di essere criticati, disapprovati e rifiutati. Evitano anche di farsi nuovi amici a meno che non siano certi di piacere e di essere accettati senza critiche. In molte situazioni possono agire con inibizione, avere difficoltà a parlare di sé e tendono a celare sentimenti intimi per timore di esporsi, di essere ridicolizzati o umiliati. Se qualcuno li disapprova o li critica anche leggermente possono sentirsi estremamente feriti. Gli individui con disturbo evitantesi sentono inetti, inadeguati e incapaci; si sentono quindi inferiori agli altri. Alcuni individui a causa di questo imbarazzo possono disdire occasioni importanti come colloqui di lavoro o appuntamenti galanti. Per non entrare in contatto con la sensazione di sentirsi inadeguati, inetti, esclusi dagli altri, le persone con disturbo evitante tendono ad avere una vita ritirata.

Il comportamento evitantespesso inizia nella prima infanzia o nell’infanzia con timidezza, isolamento, timore degli estranei e delle situazioni nuove. Anche se la timidezza è un precursore comune del disturbo, nella maggior parte degli individui tende a scomparire gradualmente con la crescita. Al contrario, gli individui che sviluppano il disturbo evitante di personalità possono diventare progressivamente più timidi con l’adolescenza e l’età adulta, quando le relazioni nuove assumono via via importanza maggiore.

Diversi pazienti riescono a mantenere un discreto funzionamento sociale e lavorativo, organizzando il loro stile di vita in un ambiente familiare e protetto. Tendono a mantenere il proprio lavoro negandosi ambizioni di carriera e quindi di confronto. Se il loro sistema di supporto cede, vanno incontro a depressione, ansia e collera. Per affrontare il malessere legato all’ansia o alla depressione, a volte i pazienti evitanti possono fare uso di sostanze, in particolare di alcolici; tale abitudine a volte può assumere le caratteristiche di una vera e propria condotta di abuso, che va ad accrescere l’isolamento del paziente che vede la propria immagine e la propria autostima crollare inesorabilmente.

 Dove rivolgersi  Le tecniche e terapie

Possibili cause del disturbo evitante di personalità

Alcuni autori sostengono che aspetti del disturbo evitantesiano in parte dovuti a fattori biologici, innati, combinati ad alcuni fattori di rischio come ad esempio storie di abusi fisici, storie di rifiuto da parte dei genitori, umiliazioni da parte dei coetanei.

I soggetti che sviluppano un disturbo evitante di personalità possono aver avuto situazioni familiari o scolastiche umilianti, rifiutanti, ridicolizzanti, inflessibili e particolarmente richiedenti un’immagine sociale impeccabile. Il disturbo evitante di personalità può anche essere causato dall’uscita da un ambiente familiare caldo, accudente e protettivo e dall’inserimento in un contesto extra-familiare (tipicamente la scuola) aggressivo, denigrante e giudicante.

Terapia del disturbo evitante di personalità

La cura del disturbo evitante di personalità è prevalentemente psicoterapeutica con un eventuale supporto farmacologico.

Trattamento farmacologico

La terapia farmacologica può aiutare gli individui con disturbo evitante di personalità, sebbene ovviamente non abbia alcun effetto sulla personalità del paziente. Lo scopo è quello di ridurre i sintomi che derivano dall’ansia sociale, grazie al fatto che alcuni antidepressivi serotoninergici possono migliorare gli aspetti fobico-sociali, diminuendo la sensibilità all’imbarazzo e la vergogna. Altre volte la terapia farmacologica si rende necessaria per trattare la depressione che consegue all’isolamento e alle difficoltà nel costruirsi un contesto sociale piacevole e supportivo. In alcune circostanze questi pazienti possono essere supportati con benzodiazepine, ad esempio in momenti specifici di esposizione a situazioni solitamente evitate.

Trattamento psicoterapeutico

Attraverso la terapia cognitivo comportamentale è necessario intervenire subito sulla non consapevolezza dei propri stati di sofferenza emotiva, poiché senza questa nessun intervento di comprensione e condivisione sarà possibile. In particolare, la difficoltà a identificare gli stati interni si accompagna alla tendenza a creare cicli interpersonali quando i pazienti con disturbo evitante entrano in contatto con gli altri: possono sentirsi inadeguati e per questo esclusi, possono sentirsi distaccati o costretti nelle relazioni. Tale funzionamento alimenta il distacco interpersonale e le difficoltà di comunicazione anche nella relazione terapeutica. Il passo seguente è quello di incrementare le capacità di collegare i propri pensieri e le emozioni che si provano alle situazioni esterne. Soltanto successivamente si cercherà di portare il paziente con disturbo evitante di personalità a sperimentare nuove strategie per padroneggiare le difficoltà relazionali efficaci. Altro aspetto fondamentale su cui intervenire è la tendenza che i pazienti con personalità evitante hanno di interpretare le intenzioni e i pensieri degli altri secondo il proprio punto di vista disfunzionale ed egocentrico.

Dal Sito: studicognitivi.it

giovedì 25 maggio 2017

L’evitamento ci fa solo sentire peggio.


Tutti abbiamo vissuto situazioni che ci hanno causato un malessere tale da portarci a desiderare solo di scappare via. Vi spiegheremo perché l’evitamento, che può sembrare a priori il miglior meccanismo di difesa, è particolarmente pericoloso per noi, soprattutto a lungo andare.

Non vi parleremo solo dei pregiudizi che derivano da questo modo di affrontare le cose, ma vedremo anche quali comportamenti possono sostituire l’evitamento, il cui unico risultato è allontanare la possibilità di esposizione ad una situazione che viene percepita come sgradevole o anche dolorosa.

Ho imparato che non si può tornare indietro, che l’essenza della vita è andare avanti. La vita, in realtà, è una strada a senso unico.
Agatha Christie

Che cos’è l’evitamento?

Quando ci ritroviamo in situazioni che consideriamo minacciose, adottiamo diverse strategie per affrontarle. Configuriamo e consolidiamo queste strategie nel corso della nostra vita. Se si rivelano utili in determinate condizioni, allora tenderemo ad aumentarne la frequenza d’uso e ad adattarle a nuovi problemi se all’inizio non sembrano le più adeguate. Al contrario, se non si rivelano efficaci, allora le elimineremo dal nostro repertorio.

In base a questo, esistono diverse strategie da adottare. Una di queste è, appunto, l’evitamento e possiamo distinguere quello per anticipazione e la fuga. Nel primo caso, anticipiamo una situazione sgradevole e facciamo tutto il possibile per allontanarcene. Nel secondo caso, ci troviamo già in una situazione sgradevole e impieghiamo tutte le nostre energie per scappare.

Quando è possibile, i comportamenti di evitamento hanno il pregio di ristabilire la tranquillità. In poco tempo hanno questo rinforzo, che spesso è molto potente: il sollievo immediato dai sentimenti sgradevoli. Così, le persone continuano a mettere in pratica questa strategia ogni volta che succede qualcosa che le fa stare male. In questo modo, evitano sempre più situazioni nei diversi ambiti in cui si trovano e le loro vite sono sempre più condizionate dalla paura.

Questo modo di affrontare le situazioni è quello a cui si ricorre per trattare i disturbi emotivi. Se questo comportamento viene modificato, favorirà considerevolmente il recupero del benessere psicologico.
In che modo affrontare le situazioni che sono causa di malessere?

Allora, se ricorrere all’evitamento a lungo andare invece di allontanarci dal malessere in realtà ci fa del male, cosa possiamo fare? Forse dovremmo abbandonarci alla sofferenza? No, perché esistono altri modi di affrontare le situazioni che non costituiscano un limite serio per la vita.

Folkman e i suoi collaboratori (1986) hanno classificato i diversi modi di affrontare le situazioni:
Confronto: alterare la situazione che genera malessere con azioni dirette e anche aggressive, con atteggiamenti ostili e rischiosi.
Distanza: allontanarsi dalla situazione, ma senza uscirne, in modo da poter arricchire la prospettiva della situazione stessa.
Autocontrollo: la capacità di attuare le strategie di regolazione emotiva che si possiedono.
Ricerca di supporto sociale: fare in modo che gli altri informino, consiglino e capiscano.
Evitamento: come abbiamo visto, si tratta di scappare dalla situazione in concreto.
Pianificazione: analizzare la situazione per cercare le alternative che si possono portare a termine.
Rivalutazione positiva: vedere la situazione come una sfida che aiuta a crescere in quanto persone invece di una minaccia alla stabilità. 

Considera tutte le avversità come esercizi.
Seneca

Da ciò si può dedurre che non solo è sbagliato evitare le situazioni, ma anche le altre strategie non sono le più adeguate. Il confronto ostile e aggressivo ne è un esempio.

Tuttavia, una presa di distanza che ci permetta di autocontrollarci, rivalutare la situazione in maniera positiva, pianificare le nostre azioni, cercare sostegno sociale (senza arrivare a dipendere dagli altri per tutto) può essere di grande aiuto. Chiaramente solo se non dobbiamo agire in modo avventato.

Come potete vedere, si tratta di usare con intelligenza le diverse strategie che abbiamo a disposizione. Evitare determinate situazioni può essere una strategia prudente, ma non possiamo passare la vita a schivare le pozzanghere quando piove spesso. Di fatto, se insistiamo con questa strategia, alla fine ci ritroveremo immobilizzati in un posto, pregando affinché l’acqua non occupi il piccolo spazio in cui ci troviamo, senza aver imparato niente nel percorso.

Al contrario, se decidiamo di adottare altri modi di affrontare le situazioni, quindi se non evitiamo le sfide, svilupperemo un sentimento di auto-efficacia che si manifesterà quando facciamo bene qualcosa. La nostra autostima, pertanto, ne beneficerà.

Dal Sito: lamenteemeravigliosa.it

venerdì 28 agosto 2015

Linus e la strategia di evitamento

La strategia di evitamento è un tema caro alla psicologia, in particolare agli esperti del settore che si occupano di ansia sociale, disturbi evitanti di personalità, fobie specifiche, attacchi di panico e ansia generalizzata.
Aldilà degli inquadramenti diagnostici, l’evitamento è una strategia che a tutti è capitato di mettere in atto, anche quando non è un tratto distintivo della personalità. L’evitamento non ha solo una connotazione negativa, infatti permette di allontanarci da una situazione di pericolo o di minaccia reale.
Perde il suo valore adattivo quando si trasforma in una soluzione coercitiva, che limita le possibilità di esplorazione.

Cos’è che cerchiamo di evitare?
Quando temiamo le conseguenze di una decisione, o se non ci sentiamo sufficientemente competenti, o abbiamo il timore di sbagliare, ecco che la soluzione migliore diventa una non-soluzione. Ad esempio, ci chiediamo: “Che cosa succederebbe se non superassi l’esame all’università? O se non riuscissi a portare a termine quel compito come vuole il mio capo-ufficio? O se uscissi con quella persona e non sapessi cosa dire?” Più lo scenario che ci immaginiamo sarà catastrofico, più tenderemo a evitare le tragiche conseguenze che si disegnano nella nostra mente. Il motto di Linus è infatti un vero e proprio mantra per chi utilizza questa strategia come paradossale soluzione: non esiste problema che non possa essere evitato.
 Gli effetti collaterali sono però dietro l’angolo.  

Più evitiamo le situazioni, meno ci sentiremo efficaci, e questo andrà a rinforzare l’idea che non siamo in grado di metterci in gioco. Inoltre, nel momento in cui decidiamo di evitare, l’ansia derivante dal rimuginio tenderà a diminuire, regalandoci un immediato senso di sollievo e facendoci credere che la strategia protettiva è stata efficace, perché ci allontana momentaneamente dallo stato emotivo negativo.
Questa vignetta può essere molto utile per aumentare la consapevolezza su questi meccanismi, che spesso diventano automatici, e per aprire il dialogo verso la ricerca di soluzioni alternative più funzionali.

State of Mind 

mercoledì 6 maggio 2015

Come si curano gli attacchi di panico?


Chiunque soffra sistematicamente di attacchi di panico, conosce bene le modalità in cui questi si manifestano e può descrivere in modo molto preciso la sensazione che prova e tutti i sintomi fisici che entrano in gioco in questi frangenti. Il disturbo di panico, nelle sue forme più acute, può influire notevolmente sulla vita quotidiana degli individui che ne sono affetti, arrivando ad essere sotto certi aspetti invalidante. Questo articolo vuole porsi come un approfondimento che parte da una prima introduzione dedicata al panico – che può aiutare a riconoscerne i sintomi e le manifestazioni – per poi passare ad una panoramica delle terapie utilizzate per la cura dello stesso.

Una piccola introduzione per capire meglio il panico
Il primo passo da fare per curare gli attacchi di panico è prendere consapevolezza degli stessi, capendo la tipologia di disturbo che ci si trova a fronteggiare: il tutto va fatto sotto la guida di uno specialista, l'unico in grado di diagnosticare la presenza di un disturbo di panico vero e proprio. Prima di procedere è importante fare una precisazione: a tutti può capitare, in situazioni di pericolo o di forte stress, di provare singoli e sporadici attacchi di panico e ciò è perfettamente normale. Diversa è invece la situazione di coloro che soffrono di un disturbo di panico vero e proprio, che si trovano a fronteggiare attacchi frequenti, associati ad alcuni sintomi ben precisi e alla paura del presentarsi di nuovi attacchi.

Qualora vi troviate, quindi, ad avere dei dubbi in merito alla vostra condizione, la prima cosa da fare è chiedere aiuto, senza avere timore. Non bisogna infatti isolarsi o considerarsi “sbagliati” per la presenza di questo disturbo, che può essere curato grazie ad un intervento professionale mirato. Non lasciatevi convincere da soluzioni fai da te o improvvisate e non ascoltate quanti cercano di proporvi soluzioni illuminanti, senza tuttavia avere le conoscenze ed i titoli per farlo, ma ricordate di affrontare il tutto con tranquillità.

Le paure che scatenano il panico sono diverse, ma gli attacchi funzionano tutti allo stesso modo: nella persona che ne è affetta si genera un circolo vizioso di forme di evitamento che alimenterà la paura, fino a farla diventare panico vero e proprio (all'interno di un circolo vizioso). A fare crescere la paura, inoltre, sono i tentativi di risolvere quello che viene percepito come un problema, che si concretizza nel rimandare o evitare le situazioni considerate minacciose. Questo non fa altro che alimentare il circolo vizioso di cui abbiamo parlato prima. Tecnicamente, un attacco di panico corrisponde ad una risposta di paura e a seguito del primo episodio di attacco di panico si configura un sintomo specifico, che prende il nome di ansia anticipatoria.

A partire da quel momento, subentrerà nella vita della persona questa nuova forma di paura che può condurre ad un nuovo attacco di panico. Come è possibile comprendere, non si tratterà più di qualcosa di sconosciuto, ma di una sorta di "premonizione" (ovviamente da intendersi in senso lato), che può definirsi come una paura della paura. A complicare la situazione, interviene poi l'impossibilità immediata di trovare una causa al fenomeno: chi è affetto da attacchi di panico si chiede perché stia avendo una reazione di questa portata in assenza di una minaccia concreta. Allo stesso tempo, l'individuo si convince di poter avere altri attacchi, in qualsiasi momento e senza alcuna ragione apparente. Ecco perché l'attacco di panico è un vero e proprio "oggetto fobico", che si nutre di altra paura.

La cura degli attacchi di panico
Come abbiamo già anticipato nel titolo, argomento principale di questo testo è la risposta ad una domanda molto frequente: come si curano gli attacchi di panico? In particolare, le due "strade" seguite sono due e cioè il trattamento psicoterapeutico e quello farmacologico, che vedremo in dettaglio di seguito.

Come funziona il trattamento psicoterapeutico?
Per ridurre i sintomi del panico, si punta su un cambiamento della percezione della realtà minacciosa. Il trattamento psicoterapeutico focalizza la propria attenzione sul modo in cui il problema agisce nel presente, per intervenire su quelle tentate soluzioni di cui abbiamo già parlato. Il percorso compiuto insieme al terapeuta serve a "sbloccare" quelle risposte personali che possono aiutare ad affrontare e superare il problema. Il paziente viene aiutato ad acquisire la capacità di gestire la realtà ed i suoi effetti, in modo da poter mettere in atto comportamenti diversi da quelli attuati fino a quel momento ed interrompere così il circolo vizioso del panico. Il percorso si snoda attraverso un cambiamento della percezione, che quindi modifica le reazioni e fa prendere consapevolezza: evitando di evitare, la persona affetta da attacchi di panico acquisisce maggiore fiducia nelle proprie risorse.

La sua mente viene "allenata" ad affrontare la paura, trasformandola in coraggio, per raggiungere l'obiettivo della preziosa autonomia personale (che viene alimentata anche da progressivi cambiamenti). Attraverso la psicoterapia, il paziente acquisisce alcune conoscenze e delle tecniche da utilizzare nel momento del bisogno: si tratta di dare vita ad un nuovo sistema percettivo reattivo, che può sostituire completamente quello che esisteva in precedenza.

E la terapia farmacologica?
Il funzionamento delle terapie farmacologiche adottate per la cura del disturbo di panico è differenze da quello della psicoterapia: queste infatti danno un sollievo immediato, eliminando la componente fisiologica legata all'ansia, ma hanno poca influenza su ciò che viene percepito come uno stimolo pauroso. Il fatto che, inoltre, l'attacco di panico si caratterizzi per la natura improvvisa ed episodica e per la sua intensità, fa sì che, una volta terminato il farmaco, la paura di avere ulteriori attacchi possa ripresentarsi, anche più forte di prima. Per questo motivo, alcuni considerano il trattamento farmacologico come un semplice “supporto”, che può aiutare ad accelerare il processo di ripresa, attraverso un sostegno immediato e concreto, da associare agli strumenti messi a disposizione dalla psicoterapia. Quello che effettivamente consente alla persona colpita da attacchi di panico di risolvere il problema, infatti, è anzitutto la consapevolezza di potercela fare.

In conclusione, non possiamo fare altro che ribadire quanto abbiamo già detto prima: in presenza di dubbi o perplessità relative agli attacchi di panico ed agli episodi che sperimentate personalmente, vi invitiamo a confrontarvi con uno specialista.



A-Zeta.it

mercoledì 22 aprile 2015

Disturbo Evitante di Personalità: sintomi, cura e terapia da seguire.

Timore delle critiche, paura della disapprovazione e dell’esclusione e, soprattutto, la radicata convinzione di valere poco. Se tutto questo suona familiare è probabile che ci si trovi di fronte ad un disturbo evitante di personalità (DEP), che spinge chi ne soffre a rinunciare ad una vita sociale per paura di risultare inadeguato.

 

Cos’è il disturbo evitante di personalità

Il disturbo evitante di personalità è un disturbo della personalità che si manifesta solitamente all’inizio dell’età adulta. Coloro che ne soffrono vorrebbero instaurare buoni rapporti con altre persone, avere un gruppo di amici con cui uscire la sera e un partner con il quale condividere i propri interessi, ma la paura di non risultare adeguati è tanto forte e la prospettiva di un rifiuto talmente dolorosa che preferiscono isolarsi ed evitare il confronto con gli altri, soprattutto se il rapporto implicherebbe un certo coinvolgimento emotivo. Se da un lato così facendo il soggetto si sente al sicuro, dall’altro questa condizione di solitudine è vissuta con tristezza, mitigata magari da attività e hobby che non prevedano un contatto con altre persone, come ad esempio la musica, la lettura e le collezioni di vario tipo.

Sintomi del disturbo evitante di personalità

Una spiccata timidezza, un atteggiamento particolarmente riservato o la tendenza ad essere apprensivi non sono ovviamente indice di uno stato patologico. I sintomi del disturbo evitante di personalità tracciano un quadro più complesso, che prende in considerazione molti elementi. Alcuni dei sintomi principali sono un forte senso di inadeguatezza, un’estrema timidezza, la tendenza all’isolamento sociale, l’ipersensibilità alle critiche e una bassa autostima.
Chi soffre di questo disturbo tende quindi a non instaurare nuove relazioni sociali all’infuori di quelle consuete con i familiari e gli amici più stretti, pensando di non essere attraente e di non avere argomenti interessanti da condividere con altre persone; spesso rinuncia anche alla possibilità di fare carriera per evitare il confronto con gli altri. Lo stile di vita di chi soffre di disturbo evitante di personalità tende ad essere monotono e solitario, condizione che è vissuta con tristezza o fastidio: quando però il soggetto cerca di cambiare questa situazione si scontra con la sua paura di un giudizio negativo e del rifiuto.

Le cause del disturbo evitante di personalità

Le cause di questo disturbo non sono definite in maniera chiara e univoca, spesso si tratta della combinazione di più fattori sociali e biologici. Spesso chi è affetto da disturbo evitante di personalità ha avuto genitori rigidi ed esigenti oppure esageratamente protettivi, storie di abuso fisico oppure esperienze negative con i coetanei durante l’infanzia.

Disturbo evitante di personalità, come guarire

Superare il disturbo evitante di personalità è possibile. Ci sono infatti diversi tipi di trattamento, sia farmacologico che psicoterapeutico, spesso associati a strategie comportamentali.

La terapia per il disturbo evitante di personalità

Nella cura del disturbo evitante di personalità ha un posto molto importante la psicoterapia, effettuata sia a livello individuale che di gruppo con lo scopo di aiutare il paziente a controllare l’imbarazzo all’interno delle situazioni sociali e ad affrontare quindi con meno timore le relazioni con altre persone. In particolar modo, la terapia di gruppo per il disturbo evitante di personalità può aiutare chi soffre di questo disturbo a riconoscere in modo corretto l’atteggiamento degli altri nei propri confronti e a capire che la critica non è  l’unica reazione possibile da parte del prossimo; aiuta inoltre a superare l’ansia di rapportarsi con gruppi di persone. Queste sedute possono essere associate a strategie comportamentali e a training assertivi per migliorare le abilità sociali e l’autostima dei pazienti.

La cura farmacologica per il disturbo evitante di personalità

Tra i rimedi per il disturbo evitante di personalità ci sono anche i farmaci, che possono venire utilizzati in alcune fasi per tenere sotto controllo sintomi come, ad esempio, ansia e depressione. Tra i farmaci per il disturbo evitante di personalità i più comunemente usati sono quindi gli ansiolitici, che permettono al paziente di affrontare le situazioni che è solito evitare, gli antidepressivi e i betabloccanti, che riescono ad agire su alcune manifestazioni dell’ansia come rossore, sudorazione e tremore.



State of Mind

giovedì 5 marzo 2015

Ansia, un nemico che può essere sconfitto

Nella quotidianità si può provare ansia, per esempio in vista di un esame o di un compito importante che richiede attenzione e concentrazione. Questa forma d’ansia può essere di tipo adattivo, cioè svolgere la funzione di mettere in guardia l’individuo rispetto a una situazione pericolosa, attivandolo a reagire in modo da evitare il pericolo.
Se l’ansia è eccessiva, difficile da gestire e costante nel tempo, la normale preoccupazione dell’individuo può diventare disturbo.
In questo caso l’ansia causa uno stress significativo che interferisce con le attività lavorative e sociali. La qualità della vita delle persone con il disturbo d’ansia è compromessa dalla costante preoccupazione rispetto al futuro, per le circostanze della vita o per la possibilità che succeda qualcosa di male a propri cari e per vari altri aspetti della vita.
L’ansia, come la maggior parte dei sintomi psichici, è determinata da varie tematiche e spesso può essere collegata dalla persona a una paura specifica cosciente, più tollerabile della paura inconscia. Altre persone invece, possono non avere idea di ciò che li rende ansiosi.
Episodi di ansia acuta possono scaturire attacchi di panico che generalmente durano solo alcuni minuti, ma causano una profonda angoscia nell’individuo.
La sensazione di soffocamento, le vertigini, la sudorazione, il tremore e la tachicardia che compaiono all’improvviso, sono i sintomi fisiologici dell’attacco di panico e le persone che ne soffrono spesso hanno la sensazione di morire.
La possibile perdita di controllo delle proprie idee e delle proprie azioni può lasciare nella persona una paura di fondo che se non risolta causa seri problemi nella vita quotidiana.
Data la ricorrenza degli episodi di panico, la persona può sviluppare una forma di ansia anticipatoria, inizialmente a livello inconscio in risposta a una situazione temuta, poi gradualmente a livello consapevole e riconosciuta nella preoccupazione costante di quando avverrà l’attacco successivo.
L’individuo inizialmente può evitare per esempio di andare al supermercato, prendere l’ascensore o guidare, in seguito le limitazioni possono diffondersi in molti altri contesti.
Molte persone vivono la paura di essere in una situazione in cui la fuga può essere difficile.
Questo timore può instaurare nell’individuo dei comportamenti di evitamento di tutte quellesituazioni che potrebbero essere fonti di disagio, diventando un forte limite nella sfera sociale, affettiva e dell’autonomia.
Il senso di demoralizzazione può essere centrale nell’individuo che non vede via d’uscita dal disturbo e la paura di dover affrontare da solo un altro attacco di panico può ridurre drasticamente l’autonomia della persona che tenderà a ricercare costantemente la presenza di parenti e amici che lo aiutino a sentirsi più sicuro.
L’ansia è segnale di pericolo proveniente dall’inconscio e originato da un conflitto interno, per questo una maggiore conoscenza e padronanza di se stessi può permettere di affrontare certe preoccupazioni in modo più solido.Tale obiettivo è raggiungibile attraverso la psicoterapia che in alcuni casi può essere associata a una terapia farmacologica.
Elisabetta Zamparini
elisabetta.zamparini@gmail.com

Viterbo News24

giovedì 5 febbraio 2015

Attacco di panico? No, Grazie

Un attacco di panico è solitamente descritto da chi ne soffre come un opprimente ed improvviso aumento di angoscia e paura. Il cuore batte all’impazzata, si ha l’impressione di non riuscire a respirare e la paura di essere sul punto di morire attanaglia. Spesso si ha la sensazione di essere sul punto di impazzire e tutto ciò che rappresenta l’ambiente circostante diventa un pericolo. Se non trattati immediatamente, gli attacchi di panico potrebbero portare a problemi seri di depressione, agorafobia e disturbo da panico. Ma, quello che spesso si dimentica è che gli attacchi di panico possono essere curati e, soprattutto, prima si cerca aiuto meglio è. Con i trattamenti adeguati, è possibile ridurre o eliminare i sintomi di panico e riprendere in mano il pieno controllo della propria vita.
I segni ed i sintomi di un attacco di panico si sviluppano improvvisamente e di solito raggiungono il loro picco entro 10 minuti. La maggior parte di questi episodi finiscono entro i 20 e i 30 minuti, e raramente durano più di un’ora. Purtroppo, se non curati immediatamente possono portare al “disturbo da panico”; la memoria della paura intensa e il terrore che si sentiva durante gli attacchi può avere un impatto negativo sulla propria autostima e causare gravi disagi per la vita di tutti i giorni. Alla fine, questo comporta i seguenti sintomi:
ansia anticipatoria – Invece di sentirsi rilassato in assenza di attacchi di panico, ci si sente ansioso e teso. Questa ansia deriva da una paura di avere futuri episodi; la “paura della paura” è presente la maggior parte del tempo, e può essere estremamente invalidante.
“Evitamento” fobico – Si cominciano a evitare certe situazioni o ambienti basandosi sulla convinzione che si sta evitando una situazione che precedentemente ha causato un attacco di panico. Oppure si potrebbe voler evitare i luoghi dove la fuga sarebbe difficile o l’aiuto non immediatamente disponibile. Portato agli estremi, l’evitamento fobico diventa agorafobia .
Gli attacchi di panico e disturbo da panico sono condizioni curabili. Essi possono essere trattati con successo con le strategie di auto-aiuto e con una serie di sedute di terapia. Dopo aver consultato un medico, aver fatto le opportune analisi per escludere patologie fisiche che non sto qui ad elencare, e aver iniziato la terapia medica, consiglio di associare a tutto questo delle terapie complementari.
L’accoppiata vincente tra le tante opzioni di cura disponibili, che nel corso degli anni mi ha dato più risultati con i clienti afflitti da attacchi di panico è il Reiki associato ad EFT (Tecniche di liberazione emozionale) .
Il trattamento Reiki dona una rilassatezza ed una pace interiore ineguagliabile già dal primo trattamento, riequilibra tutto il flusso energetico del corpo umano andando a riorganizzare le incongruenze energetiche e guarendo nel corso dei trattamenti le cause che scatenano i sintomi, piuttosto che i sintomi stessi, inoltre elimina i blocchi emotivi riducendo la preoccupazione, lo stress e la sensazione di nervosismo.
EFT è una tecnica di digitopressione utilizzata, soprattutto, per facilitare la guarigione emotiva. È un metodo meravigliosamente efficace e sicuro per il bilanciamento dei sistemi energetici del corpo e per l’assistenza nel rilascio di emozioni indesiderate, tra cui la rabbia, la paura, il dolore, e il trauma.
EFT si basa sugli stessi meridiani energetici utilizzati in agopuntura tradizionale per il trattamento di disturbi fisici ed emozionali da oltre 5000 anni, ma senza l’invasività degli aghi.
Anche se è ancora trascurata, la salute emotiva è fondamentale per la salute fisica e spesso, nonostante uno stile di vita attento e salutare, le barriere emotive si frappongono alla guarigione.
Solitamente dopo una serie di sessioni settimanali (il tempo e le sessioni variano da persona a persona) con un operatore qualificato, chi soffre di stati d’ansia e attacchi di panico può iniziare ad utilizzare EFT da solo, senza il supporto dell’operatore, che comunque rimane a disposizione per ogni emergenza e le sessioni possono iniziare ad essere più sporadiche, da una a due al mese, fino a non servire più.
Nonostante gli attacchi di panico abbiano sintomi pressoché molto simili in chi ne soffre, le cause che le producono sono totalmente soggettive. È per questo che è molto importante, in presenza di questo problema, andare da specialisti qualificati, che siano medici od operatori di cure naturali, affinché possano valutare la situazione da un punto di vista personale e non generalizzato.
Se soffri di attacchi di panico chiedi immediatamente aiuto, non aspettare che la paura si impossessi della tua vita.
Marianna Liberatore
Leggo@Tenerife 

mercoledì 11 settembre 2013

Non lamentarti



Non incolpare nessuno,
non lamentarti mai di nessuno, di niente,
perché in fondo
Tu hai fatto quello che volevi nella vita.
Accetta la difficoltà di costruire te stesso
ed il valore di cominciare a correggerti.
Il trionfo del vero uomo
proviene delle ceneri del suo errore.
Non lamentarti mai della tua solitudine o della tua sorte,
affrontala con valore e accettala.
In un modo o in un altro
è il risultato delle tue azioni e la prova
che Tu sempre devi vincere.
Non amareggiarti del tuo fallimento
né attribuirlo agli altri.
Accettati adesso
o continuerai a giustificarti come un bimbo.
Ricordati che qualsiasi momento è buono per cominciare
e che nessuno è così terribile per cedere.
Non dimenticare
che la causa del tuo presente è il tuo passato,
come la causa del tuo futuro sarà il tuo presente.
Apprendi dagli audaci,
dai forti
da chi non accetta compromessi,
da chi vivrà malgrado tutto
pensa meno ai tuoi problemi
e più al tuo lavoro.
I tuoi problemi, senza alimentarli, moriranno.
Impara a nascere dal dolore
e ad essere più grande, che è
il più grande degli ostacoli.
Guarda te stesso allo specchio
e sarai libero e forte
e finirai di essere una marionetta delle circostanze,
perché tu stesso sei il tuo destino.
Alzati e guarda il sole nelle mattine
e respira la luce dell'alba.
Tu sei la parte della forza della tua vita.
Adesso svegliati, combatti, cammina,
deciditi e trionferai nella vita;
Non pensare mai al destino,
perché il destino
è il pretesto dei falliti.
Pablo Neruda


venerdì 28 giugno 2013

Un aiuto...


Tecniche di respirazione: 

ritrovare il benessere con un respiro


Ritrovare la motivazione, la concentrazione e la calma interiore può essere semplice come respirare. Un articolo con 3 tecniche pratiche di respirazione da applicare ogni giorno.

“Quando liberiamo il nostro respiro, liberiamo le nostre tensioni.” Gay Hendricks.

Respirare è allo stesso tempo il gesto più naturale e più potente che compiamo ogni giorno. Come un filo invisibile, il respiro lega indissolubilmente la nostra mente e il nostro corpo ed è in grado di influenzare profondamente l’una e l’altro.

Voglio approfittare di questo post per parlarti di 3 semplici tecniche di respirazione utili per ricaricarti di energia, per ritrovare la concentrazione e per eliminare lo stress:

1. Un respiro per caricarti
L’attività sportiva è uno dei migliori gesti per iniziare la tua giornata. Rimettere in moto il tuo corpo, dopo un sonno ristoratore, ti dona energia, motivazione e buon umore, ma soprattutto è il modo più semplice per prenderti cura della tua salute giorno dopo giorno.

Esistono decine di allenamenti con cui puoi iniziare la tua mattinata, ma pochi sono efficaci come il breathwalking.

Il breathwalking combina due dei nostri gesti più naturali: camminare e respirare. Sincronizzando opportunamente la nostra camminata e la nostra respirazione, possiamo ottenere numerosi benefici, tra cui:

un maggior livello di energia.
un miglior controllo del nostro stato d’animo.
un notevole incremento della chiarezza mentale.
Ecco un semplice esercizio di breathwalking:

Inizia a camminare finché non trovi un ritmo confortevole.
Fai quattro brevi inspirazioni consecutive, sincronizzandole con la tua camminata.
Fai quattro brevi espirazioni consecutive, sincronizzandole con la tua camminata.
Ripeti per non più di 5 minuti.
Puoi limitare il tuo allenamento mattutino a questo breve esercizio oppure puoi utilizzarlo in preparazione alla tua sessione di corsa. Ti accorgerai immediatamente degli effetti positivi: un leggero senso di euforia, maggior creatività e motivazione. Provare per credere, siamo tutti in grado di camminare e respirare.

2. Un respiro per concentrarti
La respirazione rappresenta anche una delle migliori tecniche di concentrazione e meditazione. Spostare il tuo focus sul movimento ritmico del respiro ti aiuta a svuotare la mente, permettendoti di raggiungere una maggiore concentrazione. Prova ad utilizzare la seguente tecnica di respirazione prima di una sessione di studio.

Per almeno 5 minuti, lascia che la tua mente si concentri solamente su ispirazione ed espirazione. Quando altri pensieri si affacciano, prova ad osservarli in modo distaccato, tornando lentamente a focalizzarti solo sul tuo respiro.

Questo semplice esercizio permette al tuo cervello di raggiungere uno stato di maggiore concentrazione, particolarmente utile per l’apprendimento e la memorizzazione.

3. Un respiro per rilassarti
Una corretta respirazione può influire profondamente sul nostro stato d’animo. Numerose tecniche di rilassamento si basano proprio su esercizi di respirazione.

A mio avviso, la tecnica di respirazione più efficace per eliminare lo stress è la tecnica nota come respirazione diaframmatica.

Ecco come applicare la tecnica della respirazione diaframmatica:


Siediti in una zona tranquilla (la posizione del loto non è necessaria).
Appoggia la mano destra sul tuo addome e la sinistra sul petto.
Inizia a respirare lentamente e con respiri profondi.
Controlla che la mano destra segua il movimento del tuo addome durante l’inspirazione e l’espirazione, mentre la mano sinistra rimane immobile così come il tuo petto.
Ti basteranno 5-10 minuti di respirazione diaframmatica per eliminare le tensioni e godere di una piacevole sensazione di benessere.

A differenza di quello che potrebbe sembrare, la respirazione diaframmatica non è una stramba tecnica di rilassamento orientale, ma al contrario è utile per rieducare il nostro corpo a respirare nel modo in cui è stato “progettato”: con il diaframma.

Prova a concentrarti sulla respirazione diaframmatica più volte durante il giorno: in metro, mentre stai lavorando, davanti alla TV. Trasforma la respirazione addominale in un gesto naturale: i benefici ti sorprenderanno.

dal sito : http://www.efficacemente.com/ 


giovedì 16 maggio 2013

Incontro Gratuito



 

Associazione Insieme Onlus
Ansia-Attacchi di Panico-Agorafobia


Incontro 28 maggio 2013 ore 21,00

IL SENSO DI COLPA:
aspetti evolutivi ed aspetti patologici

Relatori: 
• Elisabetta Guidotti 

Presidente Associazione Insieme Onlus 

• Dott. Marco Forti 
Psicologo, Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale, Sessuologo Clinico, Esperto in EMDR
• Dott.ssa Marilena De Angelis
Psicologa, Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale, Sessuologa, Esperta in psicoterapia di coppia


Presso: Sala Conferenze Croce Verde Fermo
Piazzale Tupini, 6 - 63900 Fermo

Ingresso Gratuito

Per info e prenotazioni: info@insiemedap.it - 366/3623811 - 338/4471720

martedì 16 aprile 2013

Ti auguro...



Ti auguro di affrontare sfide e vincerle, 

di sfidare il dolore e superarlo il prima possibile, 

di gioire delle cose belle e farne la tua forza, 

ma sopra ogni cosa, ti auguro un amore sincero accanto a te 

che sappia comprenderti e guardarti negli occhi con amore 

per ciò che sei.



Stephen Littleword

lunedì 8 aprile 2013

AIUTACI AD AIUTARE CHI VIVE CON QUESTI DISAGI








Anche quest’anno puoi destinare all'Associazione Insieme Onlus il 5X1000 dell’imposta sul reddito e sostenere chi vive con questi disagi.

Lascia il segno: donare il 5x1000 non costa nulla, per noi è un contributo importante.

Come fare:

Nei modelli CUD, 730, UNICO e UNICO MINI firma nel primo riquadro a sinistra "Sostegno del volontariato edelle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, ecc." ed inserisci il nostro CODICE FISCALE:

91036940442

Proponi al tuo commercialista, ai tuoi amici e conoscenti di destinare il 5x1000 all'Associazione Insieme Onlus

Il 5X1000 può essere destinato anche da chi non compila la dichiarazione dei redditi! Basta richiedere la scheda integrativa e consegnarla busta chiusa, entro i termini di presentazione del Modello Unico alla posta oppure ad un CAF.

La busta deve riportare:
- la dicitura SCELTA PER LA DESTINAZIONE DELL’OTTO E DEL CINQUE PER MILLE DELL’IRPEF
- il codice fiscale, il cognome ed il nome del contribuente.

Il servizio è gratuito.





martedì 27 marzo 2012

SIAMO TUTTI SPECIALI!

"Dicono di noi che siamo sensibili perché ogni cosa ci sembra importante,
dicono di noi che siamo malati perché molte di queste cose per noi sono difficili da fare,
dicono di noi che siamo sempre felici perché riusciamo a capire il vero senso della vita quando questa ti viene limitata,
dicono di noi che siamo depressi perché ogni tanto ci ricordiamo che questa vita ogni tanto ci fà soffrire,
dicono di noi tante cose e solo noi riusciamo a capire effettivamente chi siamo...ma per me resteremo sempre degli esseri umani...

Ciao io sono Robby...ho 27 e da 3 soffro di attacchi di panico...me ne hanno dette tante di cose e solo adesso riesco a capire che solo io so chi voglio essere!!! un abbraccio a tutti voi..."



Questa e tante altre testimonianze alla nostra pagina "Dicono di noi" sul nostro sito www.insiemedap.it ....  Mandateci anche la vostra! Come vivete con questi disturbi? Cosa pensate, cosa provate, quali sono le vostre paure, i vostri desideri, le vostre speranze? ..  scrivetelo a info@insiemedap.it.


Vi aspettiamo! 


INSIEME tutto è possibile!



 

sabato 24 marzo 2012

Cos'è l'automutuoaiuto

Cari amici,
la prima cosa che deve fare chi si trova alle prese con disturbi d'ansia o attacchi di panico è consultare uno specialista, che darà la cura migliore per affrontare il picco.

Contemporaneamente, però, occorre intraprendere la strada del lavoro individuale, tramite colloqui o psicoterapia, per individuare a fondo le cause del malessere.

A fianco del lavoro individuale, è importante inserirsi in un gruppo di automutuoaiuto, proprio per sentirsi supportati e sentirsi parte di una famiglia. E' più facile affrontare il cammino se si hanno vicino persone che ci supportano e ci comprendono!

Vuoi sapere tutto ma proprio tutto sull'automutuoaiuto? Clicca qui ... c'è anche uno stupendo video!

Per fare parte di un gruppo già esistente o crearne uno nuovo scrivi a info@insiemedap.it



 

venerdì 23 marzo 2012

Unisciti alla nostra grande famiglia!


Se abiti a Brescia o in provincia di Brescia, questo annuncio è per te: unisciti al nostro gruppo di automutuoaiuto di Rezzato! E' un gruppo che esiste già da diverso tempo, capitanato dal nostro Sandro.

Cosa succede nel gruppo? Ci si racconta, ci si confronta, si mettono insieme le proprie esperienze, si creano relazioni personali con gli altri membri che ci aiutano a sentirci meno soli e parte di una famiglia ... 

Se anche tu vuoi condividere con noi questa bellissima esperienza, ti aspettiamo per abbracciarci, aiutarci, parlare insieme di ciò che ci disturba!

Per sapere come funziona. mandaci una mail a info@insiemedap.it.

Insieme... tutto è possibile!



domenica 19 settembre 2010

Storie di Panico- Quella Galleria!-Evitamento, Ansia e Agorafobia




I gatti giravano in continuazione e come ballerine su un palcoscenico sembravano attenti ad ogni loro passo, tirai fuori dallo zaino le sigarette e con gli occhi cercai un posacenere, lei allungò la mano e me lo porse.

 Lo stereo mandava una canzone sussurata, mi accesi la sigaretta e le dissi,
“Ti voglio raccontare una cosa mia, una cosa che sanno solo altre due persone”
“Ti ascolto” mi disse,
e si avvicinò al muretto incominciando a prepararsi una sigaretta.
Le raccontai di quella galleria e della luce che non arrivava mai. Sono passati circa vent’anni da quel giorno ma per me è come fosse successo ieri.

La galleria era lunga sembrava interminabile, circa a metà incominciai a sentire che il respiro si faceva sempre più affannoso, il cuore incominciò ad andare per conto suo e l’aria era sempre meno, aprii per un attimo il finestrino della macchina, fu peggio, l’odore che mandava il tubo di scappamento del camion che avevo davanti invase l’abitacolo.
Ebbi una sensazione improvvisa di dolore al petto e l’ansia conquistò tutto me stesso.
Sentivo un nodo alla gola che non lasciava passare neanche un filo d’aria, nella mia mente la sensazione della morte si concretizzò, pensavo fosse questione di attimi.

Dovevo arrivare prima che questo succedesse in fondo alla galleria, mi buttai senza guardare sulla corsia di sorpasso e iniziai una folle corsa verso l’uscita. Quel puntino luminoso mi sembrava sempre più irraggiungibile, la macchina andava da sola e il sudore mi colava dappertutto. Il tutto durò al massimo pochi minuti ma quella cicatrice è ancora viva. Appena fuori della galleria fermai la macchina.
Ero stremato e il respiro era ancora affannoso, mi girai verso mia moglie e le guardai la pancia, mi convinsi che non avrei mai visto gli occhi di quella vita appena formata.

Ripresi il viaggio cercando di convincermi che non mi fosse successo nulla, ma durò poco. In fondo al rettilineo l’autostrada spariva come inghiottita dalle viscere della terra, c’era un’altra galleria. Incominciai a rallentare cercando una via di fuga, ero obbligato per forza a passare lì sotto, di nuovo il respiro divenne affannoso e il cuore sembrava mi dovesse sfondare il petto. Accostai vicino al cartello che indicava la lunghezza, 1.200 metri, poco più di un minuto andando a velocità moderata.
Di nuovo come prima, fu un incubo, decisi di uscire al primo svincolo.

La convinzione di avere un male incurabile mi portò nei mesi successivi a fare il giro di tutti i medici della città. Mi dicevano tutti la stessa cosa,
“Non ha niente, è solo un po’ di esaurimento” e giù medicine ed io sempre peggio. Ormai per me tutto era diventato un tabù, ma anche fare le cose più semplici e banali rappresentavano un ostacolo, le crisi invece che diminuire erano sempre più frequenti, mi sentivo un invalido, riuscivo ad andare a mala pena a lavorare.
Gli occhi di quella creatura erano del colore del mare, ora è una donna, ma di tutto questo non sa niente.

Ci sono voluti degli anni prima di abituarmi a convivere con le “crisi di panico”, ora sono solo un ricordo che mi porto dentro e che non condiziona più la mia vita..
“Tua moglie in questi anni ti è stata d’aiuto!” mi chiese, dalla sua domanda mi resi conto che aveva capito.
Ci sedemmo sul divano, in bocca mi ero era rimasto il sapore del caffè, fu un attimo e anche la sua bocca aveva lo stesso sapore della mia.

 
(G.S.)