martedì 10 dicembre 2019

Tra Tormenti Passati E Ansie Per Il Futuro, Esiste Un Oasi Di Pace: Il Presente

“PER ESSERE FELICI BISOGNA ELIMINARE DUE COSE: IL TIMORE DI UN MALE FUTURO E IL RICORDO DI UN MALE PASSATO;
QUESTO NON CI RIGUARDA PIÙ, QUELLO NON CI RIGUARDA ANCORA.”
(SENECA)

La mente è uno strumento bizzarro capace di farci vivere in una dimensione intermedia fatta di rimpianti per il passato e ansie per il futuro, costringendoci a dimenticare ciò che abbiamo tra le mani, come se fossimo ipnotizzati da proiezioni che scambiamo per reali. In questo limbo mentale, le ombre sembrano talmente reali che le sentiamo presenti, ma basterebbe aprire gli occhi per renderci conto che tutto questo è soltanto un’illusione.

In quale tempo abiti se non sei “presente”?

Il concetto di tempo ci sfugge. Ci convinciamo che vada in una direzione soltanto: in avanti, che non possiamo tornare indietro, ma se fosse davvero così, lasciarsi il passato alle spallesarebbe una cosa talmente naturale da non richiederci così tanti sforzi; ed invece sappiamo tutti che una delle lezioni più difficili da imparare in questa vita è proprio quella del distacco, del lasciar andare. Per altri, invece, le ombre spaventose provengono dal futuro; i fantasmi di possibili intoppi, catastrofe, incidenti sono talmente terrificanti da paralizzare ogni impulso di vita creando ansia e attacchi di panico.

Da una parte i pesi del passato ci fanno camminare coi stivali di piombo, dall’altra, gli spettri futuri ci gelano il sangue. Com’è possibile allora vivere in queste condizioni, se il nostro naturale impulso vitale è bloccato o paralizzato da un tempo che non esiste più o non ancora?

Siamo più vulnerabili quando la testa vaga altrove

Il nostro corpo, il tempio del nostro essere più autentico, può vivere soltanto in una dimensione temporale: qui ed ora; allora per quali ragioni la nostra mente continua a vagare come un aquilone in preda ai venti?

Quando ci ritroviamo imprigionati in questa dimensione mentale intermedia, ci sentiamo vulnerabili, fragili, in bilico nella nostra vita; la mancanza di stabilità interiore deriva dal fatto che i nostri pensieri ci fanno letteralmente a pezzi: ci impediscono di rimanere integri, di un pezzo solo, perché quando ci lasciamo trascinare dai nostri pensieri, per lo più per semplice abitudine, la nostra testa va altrove mentre il corpo rimane qui, e di conseguenza la comunicazione tra loro viene interrotta da stimoli incongrui: “Mi sento male perché mi stanno prendendo in giro!” urla la mente tornata ai tempi della scuola elementare; “Vedo solo i colleghi di lavoro qui…” risponde il corpo… Ecco come auto-alimentiamo le nostre sofferenze.

La mente parla di un tempo, il corpo di un altro, e in un istante si crea un collegamento sbagliato: il passato si proietta sul presente, andando ad alimentare vecchie ferite, perché non riusciamo a pensare che le cose possano andare diversamente da come sono andate in passato.

L’ansia rivolta al futuro deriva invece da un processo di generalizzazione: le esperienze passate sono rimaste talmente marchiate a fuoco dentro di noi che per proteggerci ci chiudiamo in noi stessi per paura di soffrire ancora; il rifiuto di fare nuove esperienze si ritorce contro di noi perché nel momento in cui ci chiudiamo alla novità, alla sorpresa, all’inaspettato, la nostra mente attua una strategia di difesa perché non sopporta di non sapere cosa l’aspetta, in questo modo proietta il passato sul futuro. E dalla proiezione alla profezia auto-avverante, il passo è breve.

La pace si trova nel punto d’incontro tra mente e corpo

Per evitare di perdere noi stessi in costruzioni mentali disfunzionali e tossiche, possiamo seguire la via indicata dal corpo e riconoscere il presente. Per aiutarci a tornare integri, con mente e corpo di nuovo uniti, abbiamo un meraviglioso strumento a disposizione in grado di calarci in un attimo nel presente: le sensazioni.

Quando usiamo i nostri 5 sensi, uniamo la dimensione corporea e fisica con la dimensione sottile del nostro essere: siamo nella mano che tocca, nell’orecchio che ascolta, nel naso che sente, nella bocca che gusta. La mente si fa carne. Abita il corpo. È in quella dimensione che sperimentiamo quell’oasi di pace che possiamo assaporare momento dopo momento. L’integrità ritrovata ci porta a sentirci forti e stabili, imperturbabili come le montagne ancorate alla terra che rimangono impassibili al passar delle stagioni e delle intemperie.

Se ci sentiamo forti, colmi della nostra essenza, ci liberiamo anche dalla paura di non farcela e ci apriamo al mondo e al cambiamento, alla novità, abbandonando l’abitudine di proiettare sul futuro le nostre ansie e paure; possiamo anche liberarci dai pesi del passato con la consapevolezza di essere un’altra persona rispetto ad allora, e di poter permettere all’energia cristallizzata nelle nostre vecchie ferite di fluire di nuovo.

“SE SEI DEPRESSO STAI VIVENDO NEL PASSATO.
SE SEI ANSIOSO, STAI VIVENDO NEL FUTURO.
SEI SEI IN PACE, STAI VIVENDO NEL PRESENTE”
(LAO TZU)

La vita è fatta di attimi che ci sfuggono spesso dalle mani perché siamo troppo impegnati a guardare altrove nel tentativo di trattenere ciò che abbiamo già perso. Basterebbe accorgersi di questi attimi che ci scivolano nei palmi delle mani, come dei piccoli diamanti travestiti da rugiada, per accorgerci che il tesoro più grande che possiamo avere è proprio qui, nell’eternità dell’ “adesso”.


Dal Sito: eticamente.net 

“FOMO” e “NOMO” fobia: di cosa stiamo parlando ?



“L’abuso dei social network può portare all’isolamento,  l’utilizzo smodato e improprio del cellulare può portare non solo divari enormi tra persone, ma anche a chiudersi in se stessi e a alimentare la paura del rifiuto” . Esistono due sindromi connesse all’uso eccessivo della tecnologia e alla dipendenza da smartphone. La prima si chiama “No.Mo.Fobia”: Sta per “no mobile fobia” oppure “Sindrome da Disconnessione”,la paura di rimanere senza connessione alla Rete da mobile,colpisce per lo più giovani tra i 18 e 25 anni. Chi ne è colpito può arrivare a sperimentare attacchi di panico con vertigini, tremore, mancanza di respiro e tachicardia in caso di assenza di Rete mobile o di cellulare fuori uso. La No.Mo.Fobia è connessa all’uso eccessivo dei social network. La seconda sindrome è nota come FOMO,(acronimo che sta per “fear of missing out”, “ansia di essere tagliati fuori” . Le persone temono di essere tagliati fuori da esperienze gratificanti che fanno altre persone e dal continuo desiderio di essere sempre connessi con l’esterno controllando compulsivamente un’eventuale nuova notifica dei social network. È una vera e propria forma di ansia sociale di venire esclusi da eventi piacevoli condivisi nei social, che in qualche modo implica il continuo confronto con gli altri. Per una persona insicura, insoddisfatta e con bassi livelli di autostima, vedere un “post” con tante persone, soprattuttocoetanei che si divertono, potrebbe diventare qualcosa di inaccettabile, provocare risentimento verso se stessi o gli altri, insoddisfazione, agitazione e senso di incapacità. Pur non essendo una patologia riconosciuta a livello clinico, la sua presenza può peggiorare una pregressa condizione di aspetti ansiosi/depressivi.

Il primo a studiare tale fenomeno è stato Andrew Przybylski, ricercatore della Oxford University che, insieme al suo team, mise in luce diversi fattori basilari della FOMO, come: la presenza di ansia ed irrequietezza in assenza del controllo delle notifiche; la maggiore diffusione della problematica tra i giovani, in particolare tra i maschi; la maggiore frequenza nelle persone con scarse capacità attentive; lo sviluppo della problematica tra coloro che utilizzano i social network nel contesto scolastico; la possibile comorbidità ad un basso livello di autostima. Si tratta di uno stato di ansia sociale, dato dal bisogno di essere sempre informati su tutto ciò che stanno facendo gli altri e dalla preoccupazione eccessiva e ossessiva che gli altri facciano esperienze gratificanti nelle quali non si è presenti o coinvolti direttamente (Przybylski et al., 2013). Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza  quasi 8 adolescenti su 10 hanno paura che si scarichi il cellulare o che non gli prenda quando sono fuori casa e tale condizione, nel 46% dei casi, genera ansia, rabbia e fastidio. Questo fenomeno è meno diffuso tra i ragazzi più piccoli, tra gli 11 e i 14 anni, che si fermano ancora al 60% e solo il 32% sperimenta alti livelli di ansia e preoccupazione.

La NOMOFOBIA sarebbe caratterizzata da “ansia, disagio, nervosismo e angoscia causati da essere fuori dal contatto con un telefono cellulare o un computer” ed il risultato sarebbe un incessante controllo del cellulare, che consente di avere la sensazione di monitorare qualsiasi situazione in modo costante. Questo processo potrebbe rischiare di trasformarsi in un vero e proprio meccanismo di dipendenza, completamente analogo ad un disturbo di dipendenza da sostanze. È importante, dunque, riconoscere quali sono i campanelli d’allarme che ci segnalano il rischio di essere affetti da questa patologia. Vediamo quali sono:

Non staccarsidal cellulare utilizzarlo di continuo

Il solo pensiero di essere senza smartphone genera malessere e angoscia;

Aumento repentino dell’ansia, della paura e dell’irritabilità nelle situazioni di sconnessione dello smartphone dalla rete;

Monitorare costantemente il livello di batteria del dispositivo e munirsi di eventuali batterie di riserva o di un caricatore portatile;

Sperimentare, in alcuni momenti, la sindrome da vibrazione fantasma, ossia la sensazione che il telefono stia vibrando o squillando, ma in realtà è solo frutto della propria immaginazione;

Portare sempre con sé il caricabatterie e appena possibile si ricaricare il telefono

Controllare di avere il credito sufficiente affinché non venga bloccato l’accesso a internet.

Connettersi, appena è possibile, alle reti Wi-Fi per evitare di consumare i Mb del proprio abbonamento o della ricaricabile;

Guardare di continuo lo schermo del telefono per vedere se sono stati ricevuti messaggi, chiamate o nuove notifiche sui social;

Non spegnere mai i dispositivi tecnologici nemmeno durante le ore notturne;

Come superare la Nomofobia?

1. Porsi dei piccoli obiettivi. Iniziare a spegnere gli strumenti tecnologici quando non è realmente necessario, ritagliandosi degli spazi offline, quando si mangia, si dorme e si va in bagno.

2. Organizzare il proprio tempo.Pianificare le ore giornaliereevitando di restare costantemente connessi. C’è un tempo per ogni cosa: uno per gli amici, uno per il pranzo, uno per guidare e, certamente, uno da dedicare esclusivamente al web.

3. Disattivare le notifiche. Decidere i momenti in cui guardare e controllare i messaggi ricevuti e le mail.

4. Imparare a rimandare. Non bisogna avere fretta di rispondere subito alle notifiche e ai messaggi e porsi la domanda “posso aspettare?” È importante iniziare a dilazionare il tempo, partendo anche da cinque minuti, per vedere così che è possibile resistere all’impulso.

5. Prendere le distanze. Non utilizzare lo smartphone come strumento indispensabile per addormentarsi o per iniziare la giornata, né tanto meno durante la notte. Bisogna trovare altre strategie in questi momenti, ad esempio leggere un libro per rilassarsi nelle ore serali e dilatare il tempo al mattino prima di mettersi davanti ad uno schermo.

6. Ritagliarsi dei momenti per se stessi. Bisogna cercare di dedicarsi ad attività nuove e diverse, magari all’aria aperta.

7. Parlarne. Se ci si rende conto di avere un disagio molto forte e di accusare i sintomi della dipendenza, è fondamentale poterne parlare con qualcuno.

8. Rivolgersi ad un professionista. Se si pensa che la disintossicazione sia un obiettivo difficile da raggiungere, è bene sapere che ci si può rivolgere ad un esperto, per cercare di comprendere quali siano le motivazioni profonde e le dinamiche sottostanti al bisogno di essere iperconnessi ad uno smartphone.

Impara a riprendere gradualmente il controllo su te stesso,gli strumenti tecnologici, i social, dovrebbero “facilitare” la tua vita non comandarla .

Dal Sito: ilgolfo24.it

venerdì 6 dicembre 2019

Ansia da Natale? La sindrome del Grinch esiste: uno studio lo conferma

C'è chi gioisce all'arrivo del Natale, ma c'è anche chi non lo fa: le feste non sono per tutti, e la sindrome del Grinch lo dimostra. Come affrontarla?

“It’s the most wonderful time of the year!”. Quante volte sentiamo Andy Williams cantare questa frase iconica, sin dal 1962? Il Natale è alle porte, e tutto diventa sempre di più un crescendo di luci, regali, alberi e addobbi, persino di freddo sentito gioiosamente. Ma, per quanto questo possa sembrare strano agli amanti del Natale, questa festività non è per tutti. Esistono dei veri e propri Grinch attorno a tutti noi, e ora più che mai, è una vera e propria sindrome.

Il Grinch nella fantasia

Ma partiamo dalle basi: chi o cosa è il Grinch? Strano ma vero, non tutti hanno visto i film ispirati ai racconti del Dr. Seuss; il primo e più famoso, ha per protagonista Jim Carrey, il secondo Grinch è reso in digitale, con la voce di Benedict Cumberbatch/Alessandro Gassmann. Il Grinch è un personaggio burbero, che odia il Natale da più di cinquant’anni. Questo perché non ha una particolare simpatia per la felicità dilagante del periodo, e per eventi del passato, che lo hanno lasciato con un cuore di tre taglie più piccolo.

Stanco dell’ennesimo periodo festoso, decide di “rubare” il Natale. Si traveste da Santa Claus, deruba le case di doni, alberi e luci, lascia la città vicino la quale vive, spoglia di ogni traccia della festività. Speranzoso di sentire lo stesso dolore che sente lui nel momento del Natale, si renderà conto che i cittadini amano la vera essenza della festività, e non la parte materiale. Il suo cuore si ingrandirà di tre volte, rendendolo così buono e amabile, e permettendogli di passare la sua prima festività non in solitudine.

Il Grinch nel mondo reale

Quante volte è capitato di dire “sei un Grinch!”, a chi non gioisce pienamente delle festività natalizie? Ebbene, senza volerlo, si tratta di qualcosa che in realtà esiste. Di recente, uno studio dell’Università di Copenaghen ha appurato l’esistenza di una sorta di “sindrome del Grinch”. Chi gioisce senza freni del Natale, lo deve ad una parte del cervello che si “accende” proprio in quel periodo.

Ma, come ogni persona è diversa, lo è anche ogni cervello. Ci sono coloro che sono rimasti traumatizzati dal Natale, o da qualche suo elemento, o da qualche evento ad esso legato. C’è chi, semplicemente, non riesce proprio a sopportare l’idea del Natale. Magari, non ai livelli di andare a “rubarlo” per le vie della città. Ma comunque, fisicamente, non riesce ad “accendere” quella parte di cervello. E dunque, come sopravvivere?

Come sopravvive un Grinch al Natale?

Se si è un Grinch, è dura partecipare a tutti quelli che sono gli eventi legati ad una festa che, per molti, si celebra sin dal mese prima. La vita potrebbe diventare infernale, eppure si deve trovare un modo per sopravvivere. Si parta dai lati positivi della festa: potranno non piacere lucette e addobbi, ma vi è tantissimo modo per riposarsi. Basti pensare che, ovviamente non per tutti, le vacanze vanno dal periodo del 20 dicembre, fino a dopo la Befana. Un periodo lungo, pieno di momenti per svegliarsi tardi e non fare assolutamente niente se non godersi un po’ di libertà.

Ma, avvicinandosi le celebrazioni con amici e parenti, toccano i regali. Ecco allora che si può dire “benedetto Internet!”, perché lo shopping online consente non solo di non muoversi da casa, ma anche di evitare la folla immane in cerca di regali. E a “momento doni” terminato, cominciano le cene. Le lunghissime, infinite mangiate a casa della zia un giorno, dell’amico un altro giorno ancora, che fanno male alla bilancia e alla voglia di rintanarsi al riparo dai festeggiamenti. In questo caso, il no gentile vale sempre: non si è obbligati ad andare dove non si vuole.

Infine, resta la soluzione drastica, quella per il Grinch più oscuro di tutti, che non vuol saperne di doni, feste, neanche di shopping online. Le vacanze sono sempre una soluzione: specialmente quelle nei luoghi tropicali, dove ogni traccia di freddo e addobbi tipicamente natalizi spariscono. A prescindere da tutto, questi sono i momenti migliori per prendersi un momento per sé: quindi, perché non lasciare tutto e andar via per un po’?

Dunque, se si è dei Grinch, è ora di armarsi ad affrontare il periodo più caotico e felice dell’anno. Sicuramente, anche per un po’, il calore della festività porterà il vostro cuore ad ingrandirsi almeno di una taglia. Se così non fosse, vi sono mille e più soluzioni: l’importante, in fondo, come in ogni festa, è sentirsi nella propria “zona sicura” per qualsiasi cosa si faccia.

Dal Sito: liveuniversity.it 

Respira con il diaframma! Aiuta contro ansia e tensione




Pochi lo sanno e se ne accorgono, ma la respirazione che facciamo solitamente non è corretta e ci crea problemi anche di stress. Il consiglio: mettersi di fronte ad uno specchio e osservarsi.

Valutare la qualità del proprio respiro non è facile, anche se averne consapevolezza è importante per capire il nostro grado di benessere. Respirare bene vuol dire anche essere in armonia con sé stessi, ascoltare il proprio corpo ed avere un certo grado di rilassamento che aiuta l’ossigenazione dei tessuti. 

Concentrarsi sul respiro è un ottimo aiuto contro lo stress

Nonostante ciò, la respirazione resta una funzione autonoma del nostro organismo: grazie al sistema neurologico infatti, ciascuno ha dentro di sé il giusto ritmo per respirare, senza pensare di doverlo fare. Di come respirare correttamente ha parlato la dottoressa Francesca Puggioni, pneumologa del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia in Humanitas in un articolo pubblicato su Humanitasalute che qui riportiamo integralmente.


Una corretta respirazione deriva soprattutto da un corretto uso del diaframma. L’uso di questo organo, del tutto naturale se siamo rilassati e in posizione distesa, può risultare più difficoltosa in chi è in sovrappeso o quando siamo in posizioni non particolarmente comode.

«Per capire come respiriamo - ha spiegato la dottoressa Puggioni - può essere utile mettersi davanti allo specchio a torace scoperto, in modo tale da poter osservare i movimenti del nostro torace e vedere come si respira con la parte alta dell’addome e come si respira con il petto. Vedremo dunque il diaframma che si abbassa e si alza per permettere ai polmoni di espandersi, e poi come la cassa toracica si apre verso l’esterno per consentire ai polmoni di espandersi. Occorre anche controllare i movimenti delle spalle, perché spesso quando non si ha una respirazione ottimale si usano muscoli “accessori” per compensare».

«Quando siamo in uno stato di ansia o tensione può capitare di avvertire una sensazione di difficoltà alla respirazione, da un lieve disagio fino alla cosiddetta fame d’aria. In questi casi è consigliabile dapprima fermarsi, non farsi prendere dal panico, e controllare il ritmo del respiro. Questo accade perché, ancestralmente, il nostro organismo in condizioni di tensione è portato a prepararsi allo scatto, irrigidendo tutti i muscoli per potenziarli e partire. Oggi non applichiamo più questo meccanismo a livello fisico, ma agiamo sulla psiche, pertanto blocchiamo la muscolatura respiratoria trattenendo il respiro in maniera inconsapevole e di conseguenza respiriamo male». 

Una cattiva respirazione, soprattutto in caso di tensione, si accompagna spesso a vertigini e confusione mentale. «Il nostro cervello infatti ha bisogno di ossigeno per espletare al meglio le proprie funzioni: l’agitazione però ci porta a respirare a un ritmo molto più veloce del normale, immagazzinando così più anidride carbonica che rende le idee meno chiare e inficia le performance cerebrali».

«Il ritmo naturale è 12 respiri al minuto: respirazioni profonde in cui inspiriamo dal naso ed espiriamo lentamente dalla bocca, questo consente di ossigenare bene il cervello», consiglia la dottoressa Puggioni. È importante sottolineare come possa esserci un legame tra uno stato di ansia e la cattiva respirazione, perché non è facile mantenere la calma se si ha l’impressione che manchi il respiro o se si fa fatica a respirare come di consueto. I problemi respiratori però non vanno sottovalutati e vanno considerati come tali, senza etichettare il paziente come ansioso e come tale trattarlo. 

Sarà cura dello specialista dunque effettuare una corretta diagnosi, volta a escludere o ad accertare la presenza di problemi respiratori, prima di imputare a uno stato d’ansia la causa della cattiva respirazione. «In generale, praticare yoga, pilates, tai chi o arti marziali è particolarmente indicato per chi ha problemi respiratori o per chi ha una forte emotività che alterano il ritmo del respiro, perché queste discipline permettono di prendere maggior consapevolezza del proprio respiro e lavorare così un un’efficace respirazione», consiglia la specialista.


mercoledì 4 dicembre 2019

IL SENSO DI COLPA





Il senso di colpa è un’emozione complessa, cioè deriva dall’interazione dell’individuo con il mondo esterno. Si sviluppa a partire dall’età pre-scolare, quando comincia a delinearsi il tema della morale. La morale è l’insieme di valori secondo cui le persone distinguono ciò che è giusto da ciò che è sbagliato secondi principi religiosi, etici e giuridici.
Il senso di colpa ha una funzione ben specifica: serve per spingere l’individuo a mettere in atto comportamenti pro-sociali, a stimolare riflessioni sul comportamento adottato o che si vuole adottare, a spingere il soggetto a chiedere perdono o compiere gesti riparativi in caso di errore.

PENSARLO È COME FARLO

Di norma il senso di colpa ha a che fare con “ciò che si è fatto”, talvolta però si può provare un senso di colpa anche in relazione a “qualcosa che si è pensato”. Ad esempio, pensate di trovarvi in una situazione in cui un vostro collega vi fa tremendamente innervosire, potreste trovarvi ad avere pensieri crudeli su di lui ed il solo pensiero potrebbe farvi sentire in colpa. Avere un pensiero del tipo “gli vorrei tirare un calcio” non corrisponde al comportamento “dare un calcio”, tuttavia ci si potrebbe sentire in colpa ugualmente. I pensieri sono solo pensieri, ma per alcune menti il solo pensare di compiere un’azione corrisponde a compierla, cioè infrangere una regola morale. Avvenuto il pensiero si genera il senso di colpa. La regola implicita che sottostà a tutto ciò è “non lo devo nemmeno pensare, altrimenti sono una brutta persona”.

2 TIPI DI SENSI DI COLPA

Esistono 2 tipi di senso di colpa: il senso di colpa deontologico e quello di tipo altruistico (Mancini e Gangemi, 2006).
1. Il senso di colpa deontologico si prova quando si infrange una regola morale, religiosa, giuridica “non dovevo farlo”, “ non si deve fare”, “non è giusto”.
2. Il senso di colpa altruistico è di tipo interpersonale, ha a che fare con l’empatia e si prova quando si è commesso un atto che ha provocato sofferenza a qualcuno o quando non si è fatto nulla per impedire la sofferenza altrui. “E’ tutta colpa mia!”, “Potevo evitarlo…”.

Dove si trova il senso di colpa nel cervello?

Studi scientifici dimostrano come le due tipologie di senso di colpa siano del tutto differenti tra loro, avendo origine in aree cerebrali diverse (Basile, 2011). Il senso di colpa deontologico nasce a livello della corteccia cingolata, area connessa anche all’emozione di disgusto, mentre il senso di colpa altruistico è connesso alle aree della corteccia prefrontale implicate nell’empatia.
Quando il senso di colpa si fa consistente, il soggetto si trova continuamente a rimuginare sul passato. Il passato invade la mente ed occupa il presente e la sofferenza aumenta ed insorgono rimproveri auto-riferiti “è tutta colpa mia”.





COSA FARE?

In psicoterapia spesso si indaga il senso di colpa, si impara a riconoscere l’emozione negativa, comprendendola ed accettandola in tutte le sue parti, ci si sperimenta e ci si allena a sentirsi imperfetti e fragili. La netta distinzione tra giusto e sbagliato poco a poco assume anche qualche sfumatura, in particolare la persona impara a distinguere tra ciò che è “giusto per sé stessi” e ciò che è “sbagliato per sé stessi” e non tra ciò che è giusto/sbagliato in termini assolutistici. il rimuginio e le autoaccuse svaniscono.
La doverizzazione lascia il posto alla flessibilità: “devo farlo” diventa “preferirei/potrei fare…”, cioè la persona diviene protagonista delle sue scelte e non vittima passiva di uno schema rigido e severo che distingue le esperienze del mondo in bianco e nero, bensì si prendono in considerazione le sfumature di grigio.


Dott. ssa Camilla Pacassoni



Dal sito: 

thestrangesituation.it



PERCHÉ L’ANSIA NON È DA COMBATTERE


Prima di capire perchè l’ansia non è “qualcosa da combattere”, dobbiamo capire innanzitutto di cosa si tratta e a cosa serve .
Quanti di noi hanno provato almeno una volta nella vita questa sensazione? Probabilmente quasi tutti noi e sicuramente molti si staranno chiedendo “com’è fatta davvero l’ansia?”

L’ansia è uno stato psico-fisico molto soggettivo anche se è caratterizzata da  alcuni aspetti tipici che si manifestano in ciascun individuo nella stessa maniera.

COS’È L’ANSIA?

L’ansia è uno stato di attivazione determinato dalla combinazione di emozioni quali la paura e la preoccupazione, associate ad una attivazione fisica ed alla percezione di minaccia. La minaccia può essere reale o immaginaria, può provenire sia dall’interno, sia dall’esterno dell’individuo.
Quindi può essere generata da un pensiero o da un’immagine dolorosa oppure da una situazione contingente.

ANSIA QUANTO BASTA!

L’ansia è necessaria ed indispensabile perchè ci permette di attivarci al punto giusto per ottenere una buona prestazione nei compiti che dobbiamo affrontare. Proviamo a pensare cosa accade al nostro corpo ed al nostro cervello poco prima di un esame universitario, di una gara sportiva o di una conferenza pubblica.
L’ansia ci permette di essere ben attivi, lucidi e prestanti, se è troppa può prendere il sopravvento su di noi e rovinare la nostra performance, se è poca rischiamo di non essere abbastanza concentrati e motivati.
E’ per questo motivo che non bisogna combattere l’ansia come se fosse un nemico da eliminare, bensì è importante saperla gestire e dosarla al punto giusto.

TROPPA ANSIA!

Quando l’ansia diventa troppa ci impedisce di svolgere le normali attività quotidiane, ci paralizza e prende il nome di ansia patologica. Sia l’attivazione fisica che quella cognitiva diventano eccessive e si possono manifestare i seguenti sintomi: sudorazione, tremolii, tachicardia, vertigini, svenimenti, fiato corto, nausea, sensazione di irrequietezza e rimuginio.
A questo punto è necessario intervenire per ridurre la sintomatologia e ripristinare il livello di ansia adeguato per un funzionamento normale.

Dott. ssa Camilla Pacassoni

CHE VERGOGNA!

La vergogna è un’emozione definita complessa o secondaria, si sviluppa con la crescita dell’individuo e deriva dall’interazione con le persone, è un’emozione sociale. L’emozione della vergogna si innesca nel momento in cui la persona si valuta come inadeguata rispetto al contesto in cui si trova e mette in discussione il proprio senso di sé, cioè il “come sono”.

Vergognarsi è diverso dal provare 
imbarazzo, dal pudore e dal senso di colpa.
Vi sarà capitato di voler “sprofondare dalla vergogna” o “diventare invisibili”… Per cosa vi siete vergognati?
Ci possiamo vergognare per motivi diversi e per questo esistono diverse tipologie di vergogna:
–transpersonale: quando ci si vergogna del gruppo nel quale ci si identifica (classe, amici, famiglia, ecc)
-transitiva: quando un persona con il proprio comportamento genera vergogna in un’altra persona
-ricorsiva: quando ci si vergogna di vergognarsi.
Ci si può vergognare per l’aspetto fisico o per il proprio carattere (per come si è), per qualcosa che si è commesso (un’azione), per ciò che si prova (un’emozione), per ciò che si pensa (un pensiero).

COME SI MANIFESTA LA VERGOGNA?

Dal punto di vista del comportamento la persona che prova vergogna cerca di distogliere lo sguardo dall’interlocutore, arrossisce, china il capo, quasi a voler scomparire e tenta di mettersi in fuga da quella situazione insostenibile. Quando la vergogna è molto intensa la persona si tutela dalle autoaccuse e cerca di dirigere il giudizio all’esterno incolpando gli altri e proteggendo il proprio sé,talvolta mettendo in atto in comportamenti aggressivi.


A COSA SERVE?

Avrete sentito dire sicuramente frasi del tipo “sei senza vergogna!”, questo indica un atteggiamento di chi è spudorato, di chi non è contestualmente adeguato, di chi non rispetta neppure minimamente le regole sociali. E’ evidente, a partire da questa esclamazione che, come tutte le emozioni, anche la vergogna ha una sua ben specifica funzione. Proviamo a pensare a cosa potrebbe succedere in assenza di vergogna, probabilmente ci esporremmo liberamente senza alcuna inibizione. Non avere vergogna significa quindi non aderire ad alcun tipo di regola sociale, ma è proprio il rispetto delle norme a livello sociale che ci permette di sentirci parte integrante di un gruppo.

QUANDO È TROPPA CHE SUCCEDE?

La problematicità di questa emozione è data dall’intensità che può raggiungere. La persona vive un profondo senso di inadeguatezza. Quando la vergogna è troppa e diventa invalidante, la persona, per “salvarsi la faccia”, mette in atto comportamenti di evitamento o di aggressività. Infatti quando si è in una condizione di pericolo e ci si sente minacciati o si cerca di fuggire o si attacca il nemico.

“L’uomo è l’unico animale che arrossisce, ma è l’unico ad averne bisogno.”
(Mark Twain)

Dott. ssa Camilla Pacassoni

Disturbo Narcisistico di Personalità, Sintomi, Cause, Conseguenze e Cura


Il Disturbo Narcisistico di Personalità che cosa è?

Il disturbo narcisistico di personalitàè un disturbo della personalità che si caratterizza per idee di grandiosità, costante bisogno di ammirazione e mancanza di empatia. L’atteggiamento dominante del narcisista è di difesa da potenziali ferite al proprio valore alle quali reagisce con senso di superiorità, arroganza e disprezzo, non prendendosi quasi mai la responsabilità delle proprie azioni (sottotipo overt) o sentendosi inferiore, vulnerabile alle critiche e spaventato dal confronto (sottotipo covert). Spesso le due facce coesistono, ma molti narcisisti possono mostrare più spiccatamente una delle due dimensioni.

Le persone narcisistiche possono essere eccitate da una situazione competitiva. La credenza “devo essere migliore degli altri” è attivata dall’urgenza di dimostrare la loro superiorità. Il soggetto narcisista sente la spinta ad accrescere il proprio status. Le persone con disturbo narcisistico di solito si rivolgono al terapeuta perché hanno ricevuto degli ultimatum sociali, un ribaltamento finanziario o altre minacce di umiliazioni, come la perdita percepita o reale dello status lavorativo, sanzioni disciplinari per comportamenti irresponsabili, di sfruttamento, aggressivi o di abuso di potere, la perdita della relazione con il partner o il figlio, o esiti negativi come la sospensione della patente, o altre infrazioni che derivano dalla grandiosità per cui “le regole non valgono per me”. Meno frequentemente, si rivolgono al terapeuta per mostrare se stessi, cercando attenzione e ammirazione e mancando sostanzialmente di voglia di cambiare.

La parola chiave per questo disturbo è “impulsività e instabilità”.

Le stime di prevalenza del disturbo narcisistico di personalità nella popolazione generale sono dell’1% e interessa principalmente i maschi e i paesi capitalistici occidentali.

Caratteristiche psicologiche del Disturbo Narcisistico di Personalità

È utile analizzare le caratteristiche psicologiche degli individui con disturbo narcisistico di personalità in termini di visione di se stessi e degli altri, credenze intermedie e profonde e strategie di coping (affrontamento).

Visione di se stessi: si considerano difettati, vulnerabili all’abuso, al tradimento, alla trascuratezza. “Sono cattivo”, “Non so chi sono”, “Sono debole e mi sento sovrastato”, “Non riesco ad aiutarmi”

Visione degli altri: sono capaci di vedere gli altri come calorosi e affettuosi ma li considerano comunque inaffidabili perché “sono forti e potrebbero essere di sostegno, ma dopo un po’ cambiare per ferirmi o abbandonarmi”

Credenze intermedie e profonde: “devo chiedere quello di cui ho bisogno”, “devo rispondere quando mi sento attaccato”, “lo devo fare perché devo sentirmi meglio”, “se sono solo, non sarò in grado di affrontare la situazione”, “se mi fido di qualcuno, questi prima o poi mi abbandonerà o abuserà e starò male”, “se i miei sentimenti sono ignorati o trascurati, perderò il controllo”

Strategie di coping: sottomettersi, alternare l’inibizione con una protesta drammatica, punire gli altri, espellere la tensione con azioni autolesive

Sintomi della personalità narcisistica. Come capire se una persona soffre di Disturbo Narcisistico di Personalità:

Per capire se una persona soffre di disturbo narcisistico di personalità devono essere riscontrabili cinque o più dei seguenti sintomi:

Idee grandiose di sé riassunte nella convinzione di meritare un trattamento speciale, di avere particolari poteri, talenti unici o di essere brillanti o attraenti, di dover frequentare persone altrettanto speciali o di status elevato

Fantasie di successo illimitato, potere, fascino, bellezza o amore ideale

Ritenere di non essere sufficientemente apprezzati e riconosciuti nel valore

Senso di vuoto e apatia nonostante eventuali successi

Richiesta eccessiva di ammirazione per le loro qualità speciali

Tendenza allo sfruttamento degli altri

Mancanza di empatia e quindi incapacità a riconoscere e identificarsi con i sentimenti e i bisogni degli altri

Sentimenti di disprezzo, vergona o invidia e atteggiamenti arroganti e presuntuosi

Quali sono le cause del Disturbo Narcisistico di Personalità?

Il disturbo narcisistico di personalità potrebbe essere causato da molteplici condizioni. La maggior parte delle ricerche sostengono l’idea che a causare tale sintomatologia concorrano fattori ereditari e ambientali.

Per quanto riguarda i fattori ambientali, alcuni autori sottolineano il ruolo chiave, nello sviluppo del disturbo narcisistico di personalità, di genitori che credono nella superiorità del futuro narcisista, che premierebbero solo le qualità in grado di sostenere l’immagine grandiosa di sé e che garantiscono il successo.

Altri autori, invece, ritengono che alla base del disturbo narcisistico di personalità vi sia un ambiente familiare incapace di fornire al bambino le necessarie attenzioni e cure, di riconoscere adeguatamente, nominare e regolare le sue emozioni, nonché di sostenere la sua autostima o i suoi desideri. Questo tipo di contesto disfunzionale tenderebbe a sviluppare l’idea di poter vivere facendo a meno dell’altro e di poter contare unicamente su se stessi.

Un’altra ipotesi è che un ambiente eccessivamente iperprotettivo danneggia la fiducia del bambino in sé o che un ambiente oltremodo permissivo e indulgente comunica al bambino un senso di superiorità.

Un’ultima ipotesi è che il bambino vittima di offese e umiliazioni, soprattutto da parte dei coetanei, potrebbe risolverebbe la continua minaccia all’autostima sviluppando un senso di sé grandioso.

Conseguenze del Disturbo Narcisistico di Personalità

Il disturbo narcisistico di personalità può compromettere la vita professionale, sociale e affettiva delle persone che ne soffrono: il narcisista, nel momento in cui non ottiene il riconoscimento che crede di meritare e di fronte a eventuali critiche può reagire con rabbia o vergogna. Inoltre, dato che lo statussociale ricopre un ruolo fondamentale per la sua immagine, spesso si lega a persone famose o speciali che gli forniscono importanza di riflesso, sviluppando rapporti opportunistici e superficiali.

Quando non ricevono risposte alle loro continue richieste di ammirazione, di trattamenti di favore e alla soddisfazione immediata dei loro bisogni a discapito dell’altro, i narcisisti possono divenire furiosi o mostrare disprezzo e distacco e, mancando di empatia, ricorrere alla manipolazione per raggiungere i propri fini fino alla messa in atto di comportamenti abusanti per ottenere il potere che pensano perduto. Gli altri potrebbero decidere di allontanarli, sentendosi sfruttati, manipolati e non rispettati nei loro bisogni, con conseguenti periodi caratterizzati da forte ansia e depressione, spesso l’unica motivazione che li spinge a cercare aiuto da un professionista.

Cura del Disturbo Narcisistico di Personalità

I soggetti con disturbo narcisistico di personalità non si rivolgono allo psicoterapeuta proclamando la loro grandiosità, unicità e superiorità. Quello che manifestano è, in realtà, un quadro più complesso, fatto di emozioni negative e, spesso, di disturbi sintomatici e problematiche comportamentali che sono fondamentalmente l’espressione del mancato soddisfacimento del loro desiderio primario di essere riconosciuti per il proprio valore speciale.  Tutto quello che può compromettere lo stato desiderato di grandiosità e auto-efficacia, come per esempio il mancato riconoscimento in ambito professionale, la rottura di una relazione, la perdita di una gara o l’insuccesso scolastico viene interpretato dai narcisisti indicativo del loro fallimento e della loro inefficacia, con temi di vergogna, tristezza, paura e rabbia.

Si rivolgono spesso a uno specialista per quadri sintomatologici, come attacchi di panico o stati depressivi che scaturiscono dal fatto che la rappresentazione temuta di sé (sé difettoso, sé fallimentare) si sia affacciata alla loro coscienza e/o per l’abuso di alcol e di sostanze impiegate per ristabilire lo stato di grandiosità perso.

Tra i trattamenti di comprovata efficacia per la cura del disturbo narcisistico di personalità si può citare:

TERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE

La terapia cognitivo comportamentale del disturbo narcisistico di personalità è finalizzata al raggiungimento del benessere psicologico, relazionale e lavorativo della persona.

Dopo una prima serie di incontri di valutazione, il terapeuta restituisce il caso mostrando al paziente il personale funzionamento mentale (pensieri, emozioni, comportamenti) e quindi i pensieri e i comportamenti che gli generano sofferenza. L’obiettivo, in primis, è quello di sostituire tali pensieri automatici negativi con altri più adattivi e realistici utilizzano la tecnica della ristrutturazione cognitiva. Un tipico lavoro è quello sul “pensiero tutto o nulla” che consiste nella tendenza dei narcisisti a considerarsi o meravigliosamente superiori o completamente senza valore. La ristrutturazione di questa forma di pensiero non mette in discussione il valore del narcisistica ma lo aiuta a limitare le aspettative eccessive che ha su di sé e sugli altri e a sostituirle con convinzioni alternative più realistiche come per esempio: “Uno può essere umano, come chiunque altro, ed essere ancora unico”; “Posso essere contento di essere come gli altri, piuttosto che dover essere sempre l’eccezione”; “Le cose comuni possono essere molto piacevoli”. Lo stesso processo di identificazione e sostituzione vale per i comportanti disfunzionali, come per esempio eventuali acting out di rabbia, caratteristici del disturbo. Alla terapia prettamente cognitiva è infatti necessario, successivamente, affiancare tecniche comportamentali specifiche per migliorare le abilità sociali come la capacità di gestire la rabbia, di entrare in intimità con l’altro, l’espressione dei propri bisogni senza la necessità di utilizzare la manipolazione e l’empatia e quindi la capacità di riconoscere il valore e l’importanza dei bisogni e dei sentimenti degli altri.

SCHEMA THERAPY

La Schema Therapy, o più precisamente Schema-Focused Therapy, è un approccio integrato che combina aspetti della terapia cognitivo-comportamentale, esperienziale, interpersonale e psiconalitica in un unico modello di intervento. La Schema Therapy è stata sviluppata nel 1994 dal Dr. Jeffrey Young che all’inizio lavorava a stretto contatto con il Prof. Aaron Beck, il fondatore della Terapia Cognitiva. Young e i suoi colleghi si erano accorti che una parte di pazienti non beneficiava dell’approccio TCC Standard. Scoprirono che questi soggetti avevano pattern o temi ricorrenti e duraturi di pensieri, emozioni e comportamenti che richiedevano, quindi, nuovi strumenti di intervento. Young chiamò questi pattern o temi così radicati e profondi “schemi” o “trappole”.

Questi schemi funzionano come dei filtri attraverso cui gli individui mettono in ordine, interpretano e prevedono il mondo. Le persone affette da disturbi di personalità hanno sviluppato schemi maladattivi e, di conseguenza, gestiscono la loro vita meno bene. Secondo Young et al. (2003), questi schemi maladattivi si sono sviluppati precocemente come risultato dell’interazione tra fattori quali il temperamento del bambino, lo stile genitoriale della madre e del padre, e qualsiasi esperienza significativa e/o traumatica dell’infanzia. Gli schemi maladattivi precoci (SMP) riflettono i bisogni emotivi importanti del bambino rimasti insoddisfatti e rappresentano il tentativo di questo di adattarsi alle esperienze negative, ad esempio liti in famiglia, rifiuto, ostilità o persino aggressione o abuso da parte dei genitori, dei pari o altre figure significative, mancanza di affetto e amore, supporto o cura genitoriale inadeguata, ecc. Le origini primarie dei più gravi disturbi di personalità, quindi, secondo la Schema Therapy, sono i bisogni emotivi dell’infanzia non soddisfatti, in particolare quelli riguardanti il rifiuto e l’abuso.

L’obiettivo primario è proprio quello di aiutare i pazienti a far sì che i loro bisogni emotivi primari vengano soddisfatti in modo funzionale attraverso sani rapporti interpersonali. A tale scopo, sono utilizzate tecniche focalizzate sulle emozioni, tecniche cognitive, tecniche comportamentali e la relazione terapeutica. Attraverso il “limited reparenting”, il terapeuta cerca di soddisfare quei bisogni emotivi del paziente che non sono stati soddisfatti durante l’infanzia, rispettando i limiti sani di una relazione terapeutica.

La Schema Therapy si è rivelata efficace anche nel trattamento del disturbo narcisistico di personalità, specialmente nell’affrontare l’autoesaltatore e l’autoconsolatore distaccato, due modalità di coping presenti nei soggetti con questo disturbo.

TERAPIA METACOGNITIVA INTERPERSONALE

La Terapia Metacognitiva Interpersonale per la cura del disturbo narcisistico di personalità mira a migliorare il benessere dell’individuo partendo sempre dalla relazione terapeutica, ovvero creando un ambiente di fiducia e rispetto reciproco fra il paziente e il terapeuta che:

Promuove l’autoriflessività del paziente, ovvero la capacità di accedere agli stati interni (ad esempio, pensieri, emozioni) e di capire il nesso tra pensieri, emozioni ed eventi relazionali attivanti

Ricostruisce insieme a lui gli schemi Sé/Altro disfunzionali e sostituendoli con altri più adattivi

Riduce la tendenza del paziente a regolare le proprie scelte solo sulla base di valori o desideri finalizzati all’incremento dell’autostima

Promuove l’agency, ovvero far riscoprire al paziente ciò che gli piace

TRATTAMENTO FARMACOLOGICO

Le evidenze a favore di una terapia farmacologica per il trattamento del disturbo narcisistico di personalità risultano piuttosto scarse, fatta eccezione per i casi in cui si ricorre ad essa per il trattamento di stati di ansia sociale, ipocondria, depressione, stati di impotenza rabbiosa che il più delle volte motivano la richiesta di aiuto. Infatti, la terapia farmacologica non interviene sulle caratteristiche di personalità, ma può comunque essere molto utile per il trattamento delle eventuali conseguenze secondarie. In particolare, i farmaci che possono agire efficacemente sui fenomeni psicopatologici frequentemente associati al disturbo narcisistico di personalità sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), i farmaci anticonvulsivi, e gli stabilizzatori dell’umore.

Dal Sito: istitutobeck.com

Irene Fornaciari, figlia di Zucchero: “Ho sofferto di attacchi di panico come mio padre”

Irene Natalie Fornaciari, classe ’83, è la figlia di Adelmo Fornaciari, alias Zucchero. Come il padre, anche lei ha deciso di dedicare la propria vita al mondo della musica, partecipando nel 2009 al festival di Sanremo, nella categoria Nuove Proposte. Solo nel 2010, però, raggiunge la notorietà partecipando nella categoria Artisti insieme ai Nomadi con il brano 
Il mondo piange.

Irene Fornaciari: “Lasciavo il carrello in mezzo al supermercato e scappavo”


Nel 2019, all’età di 35 anni, si confessa in una lunga intervista a Gente. Fidanzata con un musicista, Federico, da quattro anni, annuncia finalmente di piacersi ed accettare i suoi difetti.

Con il mio fidanzato non ho vergogna di essere me stessa e mi sono aperta come con nessuno prima. È anche grazie al suo amore se oggi mi sento più libera e solare, se ho accettato in miei difetti e a tirare fuori la mia femminilità.

Il suo passato però non è stato tutto rose e fiori, a partire dalla separazione dei suoi genitori, dolorosissima per lei e sua sorella maggiore Alice.

“Il mio cervello andava in tilt”

La cantante ammette infatti di aver sofferto dello stesso problema del padre: attacchi di panico.
La soluzione è stata un lungo percorso fatto di terapia, musica e dei consigli del padre, che ci era già passato e ha saputo guidarla nell’affrontare la problematica.

Ho sofferto di attacchi di panico. Mi capitava di abbandonare il carrello in mezzo al supermercato e fuggire via. Ne sono uscita grazie alla terapia, alla musica e i consigli di papà, perché anche lui ne è stato vittima. Mi ha aiutato a capire che sono bella così come sono. Sono serena ora. Le crisi di panico sono un eccesso di energia interiore che non si riesce a sfogare, il mio cervello andava in tilt.

Dal Sito: velvetgossip.it



martedì 3 dicembre 2019

Autorilassamento e benessere



La visione del benessere collegata alla salute della mente e del corpo interconnessi tra di loro è un concetto ben radicato in Psicologia ed ampiamente diffuso nella nostra società; la cura e l’attività fisica associati al benessere ha trovato nel termine anglosassone di “Fitness” dagli anni ’90 la sua espressione più occidentale, altri riferimenti più tipicamente mutuati dalla cultura orientale, sono state le tecniche meditative e lo Yoga, che nell’occidente si sono diffuse più che come percorso filosofico, religioso e trascendentale, come insieme di attività psicofisiche e tecniche respiratorie finalizzate al rilassamento.

Esiste poi un orientamento al benessere psicofisico che è mutuato dall’ambito clinico: il Traning Autogeno. Questa è una tecnica di rilassamento ideata nella prima metà del ventesimo secolo da Jhannes Heinrich Schultz, neurologo e psichiatra, nato nel 1884 a Gottingen. Da allora il Traning Autogeno si è diffuso in tutto il mondo e ha subito un grande numero di verifiche sperimentali. L'obiettivo di Schultz, quando pensò a questo tipo di terapia, era quello di rendere il paziente meno vincolato al terapeuta e divenire lui stesso, in prima persona, autore del proprio miglioramento e del proprio benessere. Con il termine Training Autogeno (T.A.) Schultz definì un metodo di autorilassamento attraverso la concentrazione mentale, il quale consente di alleviare tensioni sia psichiche che corporee. Come indica il nome stesso, il Training Autogeno è una tecnica di allenamento che "si genera da sé", ovvero l'individuo la mette in pratica in prima persona sotto la guida di un esperto.

Una volta appresi, gli esercizi possono essere praticati da soli a casa propria. Il training autogeno è una tecnica di rilassamento usata in ambito clinico nel controllo dello stress, nella gestione delle emozioni e nelle patologie con base psicosomatica. E’ utile inoltre nella cura di ansia, insonnia, emicrania, asma, ipertensione, attacchi di panico. Viene utilizzato anche in altri ambiti quali lo sport e in tutte quelle situazioni che richiedano il raggiungimento di un alto livello di concentrazione. Indurre volontariamente, a livello corporeo, delle risposte tipiche degli stati di quiete di un soggetto ha, da una parte, riflessi sull'autopercezione, a livello cognitivo, della propria condizione emozionale e dall'altra produce una risposta somatica coerente con l'induzione stessa. In pratica la modifica dell'assetto psicofisiologico del soggetto si inserisce in un processo che si auto determina (autogeno, appunto) partendo dal soma per arrivare alla psiche per tornare al soma e così via. La differenza, pertanto, tra questa tecnica e le altre tecniche di rilassamento o meditazione risiede proprio nei correlati fisiologici, rilevabili con mezzi obiettivi, legati ad una effettiva e stabile modifica a livello neurofisiologico che produce a sua volta una modifica nella risposta emozionale che un soggetto ha rispetto ad un evento di natura stressante. Il Traning Autogeno viene praticato, frequentemente, con intenti psicoterapeutici in tutti quei casi dove l'aspetto emozionale sia centrale. Questa tecnica possiede, infatti, una intrinseca capacità di favorire "associazioni" significative, rispetto ad eventi traumatici considerati minori, dimenticati o, frequentemente, "rimossi". Il termine training significa allenamento; infatti è solo allenandosi che si riesce ad ottenere una modifica reale e non immaginaria nel complesso assetto alla base della risposta emozionale. Sarà fondamentale l’autogenicità: affinché questa si realizzi è importante che il paziente svolga gli esercizi in modo costante e autonomo; il compito del terapeuta è dunque quello di illustrare progressivamente il metodo, supervisionare il lavoro individuale del paziente e favorire l’elaborazione del vissuto che emerge durante l’apprendimento degli esercizi. Gli effetti diretti del T.A. sull’individuo si possono così riassumere: un più profondo e rapido recupero di energie, autoinduzione alla calma tramite il rilassamento interiore, autoregolazione di funzioni corporee involontarie (apparato cardiocircolatorio, respiratorio, viscerale) miglioramento della capacità di concentrazione e delle prestazioni mnemoniche, diminuzione della percezione del dolore (attraverso la modificazione del vissuto di sofferenza) autodeterminazione per mezzo di proponimenti che permettono di superare specifiche difficoltà, introspezione e autocontrollo attraverso l’ascolto del proprio corpo, quel “tuffo in se stessi” (Schultz) che permette una migliore coscienza di sé.

Il Traning Autogeno è una delle migliori tecniche preventive per evitare di cadere in varie forme patologiche psicofisiche nelle quali generalmente i sintomi sono sopravvalutati dal paziente. I cambiamenti a livello psicologico sono strettamente connessi a quelli ottenuti a livello fisiologico: il Traning Autogeno equilibra il Sistema Nervoso Vegetativo attraverso una messa a riposo del Simpatico, il sottosistema responsabile di buona parte delle attivazioni fisiologiche (aumento battito cardiaco, innalzamento della pressione sanguigna, aumento del tono muscolare, accelerazione del ritmo respiratorio, rallentamento delle funzioni digestive…). Inoltre, con l’esercizio, i muscoli scheletrici, che influenzati negativamente dalla nostra volontà possono essere sottoposti a contratture protratte nel tempo, vengono gradualmente sottratti a questo controllo negativo. Anche il Sistema Endocrino, che esercita un ruolo importante nel regolare fisiologicamente l’umore, trae giovamento dall’allenamento autogeno, in quanto esso consente ad esempio un rilascio più limitato di adrenalina nel sangue e quindi di risentire meno degli effetti negativi associati all’ingresso massiccio di questo neurotrasmettitore in circolo. Oltre che direttamente all’interno di un possibile percorso di psicoterapia, il Traning Autogeno può essere appreso e praticato in sessioni di gruppo con un trainer psicologo o abilitato ad insegnare questo metodo, dove conclusa l’esperienza di apprendimento e pratica, si rimanda ad un feedback sul vissuto appena concluso e si approfondiscono le sensazioni fisiche psichiche provate durante gli esercizi. Questo metodo risulta essere efficace per la maggior parte delle persone ed una volta appreso può essere praticato ed interiorizzato come possibile strumento utile a far fronte alle piccole e grandi difficoltà della vita quotidiana.



Monica Locatelli, psicoterapeuta