giovedì 9 aprile 2015

Nuova ipotesi sugli attacchi di panico A provocarli potrebbe essere una forma di paura di aver paura

Palpitazioni o vertigini, percepite come catastrofiche, causano ansia, che a sua volta le amplifica. E ciò non fa che aumentare i timori.

Una strana forma di paura della paura potrebbe essere alla base dei tanto temuti attacchi di panico. È l’ipotesi avanzata da un modello cognitivo di questo disturbo che frequentemente inizia a presentarsi già nell’adolescenza e che colpisce soprattutto le donne, ma che non risparmia neppure gli uomini. All’attacco di panico spesso si associa la cosiddetta agorafobia, la specifica paura di trovarsi in luoghi nei quali può essere difficile o imbarazzante ricevere soccorso.
Secondo questo modello, alla base dell’insorgenza degli attacchi di panico ci sarebbe un’interpretazione erronea, di carattere catastrofico, di sensazioni di per sé normali e trascurabili provenienti dal corpo o dalla stessa mente. Interpretazione catastrofica vuol dire attribuire un esagerato significato negativo e patologico a sensazioni che magari un’altra persona quasi neppure noterebbe. «Le sensazioni che vengono più frequentemente mal interpretate sono soprattutto quelle collegate alle normali risposte ansiose - dicono alcuni ricercatori guidati da Myriam Rudaz, del Department of psychology dell’University of California di Los Angeles, autori di un articolo pubblicato sulla rivista Depression and Anxiety , dedicato proprio alla paura della paura -. Ad esempio, si tratta di palpitazioni o di vertigini, ma includono anche altre sensazioni fisiche o mentali, come la percezione di corpuscoli nel campo visivo o sensazioni di vuoto mentale. L’ipotesi è che, quando queste sensazioni sono percepite come catastrofiche, l’ansia che ne deriva produce un aumento delle stesse sensazioni. Ne risulta così un circolo vizioso di sensazioni, risposte ansiose e pensieri catastrofici che alla fine sfociano nell’attacco di panico». Quindi, secondo tale ipotesi, a provocare l’attacco di panico sarebbe, pur senza rendersene conto, la stessa persona che ne soffre.
Gli studi
Questo modello cognitivo della genesi degli attacchi di panico è più di una semplice ipotesi. Diversi studi hanno dimostrato che chi soffre di attacchi di panico ha davvero la tendenza a dare interpretazioni catastrofiche di innocui segnali provenienti dal suo interno. Un tratto che, pur con sfumature diverse, si trova più in generale in chi soffre di disturbi d’ansia, anche se in questo ultimo caso le interpretazioni catastrofiche tendono a coinvolgere principalmente i segnali provenienti dal mondo esterno. Sottoposte a questionari per la rilevazione della paura di segnali interni, come il Body sensation questionnaire, le persone che soffrono di attacchi di panico fanno registrare punteggi più elevati sia rispetto a chi soffre di disturbi d’ansia, sia nei confronti della popolazione generale.
Il legame con l’ipocondria
Un interessante legame esiste anche tra gli attacchi di panico e l’ipocondria, la paura delle malattie in generale, oggi ridefinita all’interno del DSM-5, l’ultima versione del manuale diagnostico e statistico dell’American Psychiatric Association. In questa nuova versione l’ipocondria non è più considerata in quanto tale, ma è stata sostituita da due diversi disturbi: il disturbo da sintomi somatici e quello da ansia di malattia. Il primo è caratterizzato da un elevato livello di ansia per la salute alla quale si associano sintomi somatici percepiti dalla persona; il secondo è costituito essenzialmente dalla sola ansia per la propria salute. Alcune ricerche hanno chiarito come in quasi la metà delle persone che soffrono di attacchi di panico con o senza agorafobia, prima che questi si manifestassero, erano già presenti altri sintomi correlabili alla fobia delle malattie.

Danilo Di Diodoro

Corriere della Sera 

 

 

venerdì 27 marzo 2015

Smartphone, tanto lo usi, tanto sei depresso

Secondo uno studio statunitense, spesso vi è proporzionalità diretta tra uso dei supporti mobili come tablet e cellulari e instabilità emotiva. I timidi sono meno a rischio di dipendenza da cellulare.
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Smartphone nella mano sinistra, indice della destra sul tastierino ed occhi incollati sullo schermo: se questa è l'immagine di voi che più spesso ricorre nella mente di chi vi osserva, fate ben attenzione. Secondo gli scienziati della Baylor University in Texas la dipendenza da telefonino è maggiormente correlata all'instabilità emotiva e dunque al rischio di depressione. L'uso dei supporti mobili, se frequente e non legato a reali necessità impellenti, può essere lo specchio di un soggetto che, non volendosi soffermare su se stesso, sui propri problemi e sui pensieri negativi, sfugge a sé riparando nel mondo dell'informazione on line e dei legami sociali telematici. La fuga non è, ovviamente, la cura. Il conto con se stessi è soltanto rimandato, di solito nel momento in cui il soggetto è sprovvisto del suo supporto perché rotto, scarico o senza copertura di rete. Gli studiosi hanno sottoposto un questionario a 346 soggetti di entrambi i sessi e di età compresa tra i 19 e i 24 anni. Sulla base delle risposte, si è valutato il grado di dipendenza, il numero e la "qualità" delle volte che si ricorre alla tecnologia. I ricercatori hanno anche concluso che i soggetti più timidi e riservati sono meno a rischio di dipendenza da cellulare. Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente di Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico), avverte però che oggi siamo tutti sull'orlo di una ‘cellular addiction' che può diventare cronica senza che ce ne accorgiamo.Il cellulare copre le nostre ansie e quando per qualsiasi motivo viene a mancare, perché il telefonino è scarico, per problemi di rete o quant'altro, queste riaffiorano violentemente creandoci un malessere che se non individuato e affrontato può tramutarsi negli anni in Dap: disturbo da attacco di panico
La ricerca americana fornisce un nuovo argomento a chi, da tempo, invita ad usare smartphone e tablet con maggiore attenzione. A chi aveva evidenziato i pericoli di natura strettamente fisica - perché tali supporti fanno male alla postura, agli occhi, persino alla qualità del sonno - lo studio della Baylor University fornisce una lettura strettamente psicologica del problema. Il legame tra malessere psichico e un determinato uso di Internet era stato già rilevato da un precedente studio americano, secondo cui è possibile scoprire i segnali della depressione anche da come si naviga in Rete. E il cellulare, ormai, si usa soprattutto per essere costantemente connessi al Wide World Web.

lunedì 16 marzo 2015

Storie di Panico: Amico sono qui! di Angelo Barone



Sono sempre stato un ragazzo ansioso, ma solo in età adulta ho avuto modo di capirlo. Non vedevo l’ora di finire di fare una cosa per iniziarne subito un’altra. Avevo sete di mettermi in mostra e di fare sempre di più e sempre meglio. Darsi degli obiettivi e tenersi occupati è la chiave per avere successo, ma delle volte non si riesce ad assaporare fino in fondo quello che si sta facendo e si finisce per mettere in pratica una sorda corsa. Più che correre, forse stavo scappando. Solo che non l’avevo ancora capito, o forse, l’ho fatto quando era tardi.

Tutto è iniziato quasi due anni fa quando stavo per terminare gli ultimi esami universitari e nel frattempo mi mantenevo con un lavoro in un centro scommesse. Non contento di quanto già facessi, svolgevo anche il praticantato sullo studio di un commercialista della mia città. Lavoravo praticamente tutto il giorno e la sera, quando ero ormai sfinito, prendevo i miei amati libri e studiavo fino a quando riuscivo a mantenere gli occhi aperti.

Il lavoro però mi stressava. Senza considerare che lavorando in un luogo così triste e cupo, si finisce irrimediabilmente per assorbire la negatività tipica di quell’ambiente. Avrei dovuto staccare, prendermi del tempo per me. Avevo bisogno di pace e tranquillità.

Non vi ho ancora detto tutto.

Purtroppo mia madre, già malata da diversi anni, non rispondeva più ai farmaci. Leggevo nei suoi occhi lo strazio di chi ormai conosce già il suo destino e non può fare nulla per cambiarlo. In meno di una settimana non era più auto sufficiente. In meno di un mese è volata in un posto bellissimo. 
Ricordo nitidamente cosa provai in quell’istante. Un bruciore così forte da distruggere ogni tipo di reazione.

Disarmante. Invalidante. Queste sono le parole giuste.

Dal quel momento in poi ho fatto il conto con tutto quello da cui stavo scappando. Non riuscivo a scendere dal letto neanche per mangiare. Avevo la sensazione che la mia mente scivolasse via … lontana da me.

Anche solo andare a comprare il pane a pochi metri di distanza da casa era diventato per me impossibile.
L’ansia mi aveva fatto perdere la mia centralità. Si era portata con se la parte migliore di me. Non riuscivo più ad immergermi nella semplicità della vita e la concepivo come un concetto complicato, impegnativo, non alla mia portata.

È difficile trasformare in parole le sensazioni che l’ansia ed il panico ci trasmettono; è come avvertire qualcosa che ci spinge a correre ed a scappare e ci provoca delle sensazioni tanto reali da farci cadere nell’inganno più sincero.

Più ho provato a controllare le mie reazioni più facilmente ne cadevo preda.

Einstein diceva sempre che la logica ci porta da A a B. La fantasia e l’immaginazione dovunque. A me successe una cosa simile. Inventai una nuova realtà che io credevo fosse autentica, di cui avevo sia creato le regole che esserne il primo a farne le spese. In questo “gioco” ero sia il burattino che il burattinaio.

Ho corso e sono scappato così tante volte da perderne il conto, quando un giorno, con il cuore che batteva all’impazzata, la sensazione di non avere neanche più un briciolo di forza, mi sono voltato indietro … ed ho capito che non c’era nessuno ad inseguirmi.

Oggi, con impegno e volontà posso dire di aver superato la fase peggiore e di essere sulla buona strada per uscirne definitivamente.

Ho voluto condividere con Voi tutte le mie conoscenze, le tecniche e le informazioni che ho acquisito scrivendo un libro,  Amico sono qui! con la speranza, che sia di aiuto per tutti quelli che ancora vivono appieno il disturbo.



Concludo ripotandovi quando segue:

Un giorno la paura bussò. Il coraggio si alzò e andò ad aprire e vide… che non c’era nessuno.
(Martin Luther King).
Tutti i limiti sono una nostra ideazione.
La forza è dentro di noi … sappiamo esattamente dove si trova … non dobbiamo cercarla altrove.

Spero di cuore di esservi stato di aiuto.


Angelo Barone

Zero Ansia.it 

mercoledì 11 marzo 2015

Attacco di panico: che cos’è e come funziona?

L’Attacco di Panico è un periodo di paura o disagio intensi in assenza di vero pericolo e accompagnati da almeno sintomi cognitivi o somatici. L’attacco di panico raggiunge rapidamente l’apice e si manifeste con breve durata, solitamente non superiore ai 10 minuti.
Gli attacchi di panico possono essere
(1) inaspettati quando non è possibile associare l’attacco a un fattore specifico preciso,
(2) sensibili alla situazione se sono associati a contesti specifici (es: la guida in autostrada).

I sintomi che possono caratterizzare l’attacco di panico sono: palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia, sudorazione, tremori fini o a grandi scosse, sensazione di soffocamento, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento, derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi), paura di perdere il controllo o di impazzire, paura di morire, parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio), brividi o vampate di calore.

Il circolo del panico si fonda sulla paura della paura, cioè il timore di tutti quei segnali fisici che corrispondono alla paura (es: affanno, tachicardia, brividi, pressione al petto ecc…). La paura è un emozione che si attiva quando l’individuo percepisce una minaccia. La paura prepara il corpo a reagire a questa minaccia. 

Cosa succede quando uno dei segnali corporei della paura viene esso stesso interpretato come una minaccia (paura della paura)? Il corpo reagisce aumentando i segnali della paura. Si innesca in questo modo un vortice di apprensione e la paura si trasforma in panico.
Il vortice del panico è favorito dal fatto che il cambiamento fisiologico iniziale è spesso improvviso e inspiegabile. Il panico può spaventare a tal punto da diventare oggetto di preoccupazione anticipatoria. Cioè la persona può iniziare a temere di avere nuovi attacchi di panico.
Il rischio è reagire evitando tutte le situazioni che possono attivare un attacco di panico oppure affrontare le situazioni solo se accompagnati da qualcuno. In questo modo si innesca un problema di agorafobia, intesa come la paura relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali può essere difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali può non essere disponibile aiuto in caso di un improvviso attacco di panico. Una delle conseguenze pericolose dell’agorafobia è quello di ridurre l’autonomia e rinunciare ad attività quotidiane piacevoli o utili per la soddisfazione personale.
Gabriele Caselli


State of Mind

giovedì 5 marzo 2015

Ansia, un nemico che può essere sconfitto

Nella quotidianità si può provare ansia, per esempio in vista di un esame o di un compito importante che richiede attenzione e concentrazione. Questa forma d’ansia può essere di tipo adattivo, cioè svolgere la funzione di mettere in guardia l’individuo rispetto a una situazione pericolosa, attivandolo a reagire in modo da evitare il pericolo.
Se l’ansia è eccessiva, difficile da gestire e costante nel tempo, la normale preoccupazione dell’individuo può diventare disturbo.
In questo caso l’ansia causa uno stress significativo che interferisce con le attività lavorative e sociali. La qualità della vita delle persone con il disturbo d’ansia è compromessa dalla costante preoccupazione rispetto al futuro, per le circostanze della vita o per la possibilità che succeda qualcosa di male a propri cari e per vari altri aspetti della vita.
L’ansia, come la maggior parte dei sintomi psichici, è determinata da varie tematiche e spesso può essere collegata dalla persona a una paura specifica cosciente, più tollerabile della paura inconscia. Altre persone invece, possono non avere idea di ciò che li rende ansiosi.
Episodi di ansia acuta possono scaturire attacchi di panico che generalmente durano solo alcuni minuti, ma causano una profonda angoscia nell’individuo.
La sensazione di soffocamento, le vertigini, la sudorazione, il tremore e la tachicardia che compaiono all’improvviso, sono i sintomi fisiologici dell’attacco di panico e le persone che ne soffrono spesso hanno la sensazione di morire.
La possibile perdita di controllo delle proprie idee e delle proprie azioni può lasciare nella persona una paura di fondo che se non risolta causa seri problemi nella vita quotidiana.
Data la ricorrenza degli episodi di panico, la persona può sviluppare una forma di ansia anticipatoria, inizialmente a livello inconscio in risposta a una situazione temuta, poi gradualmente a livello consapevole e riconosciuta nella preoccupazione costante di quando avverrà l’attacco successivo.
L’individuo inizialmente può evitare per esempio di andare al supermercato, prendere l’ascensore o guidare, in seguito le limitazioni possono diffondersi in molti altri contesti.
Molte persone vivono la paura di essere in una situazione in cui la fuga può essere difficile.
Questo timore può instaurare nell’individuo dei comportamenti di evitamento di tutte quellesituazioni che potrebbero essere fonti di disagio, diventando un forte limite nella sfera sociale, affettiva e dell’autonomia.
Il senso di demoralizzazione può essere centrale nell’individuo che non vede via d’uscita dal disturbo e la paura di dover affrontare da solo un altro attacco di panico può ridurre drasticamente l’autonomia della persona che tenderà a ricercare costantemente la presenza di parenti e amici che lo aiutino a sentirsi più sicuro.
L’ansia è segnale di pericolo proveniente dall’inconscio e originato da un conflitto interno, per questo una maggiore conoscenza e padronanza di se stessi può permettere di affrontare certe preoccupazioni in modo più solido.Tale obiettivo è raggiungibile attraverso la psicoterapia che in alcuni casi può essere associata a una terapia farmacologica.
Elisabetta Zamparini
elisabetta.zamparini@gmail.com

Viterbo News24

domenica 1 marzo 2015

Storie di Panico: IO VOGLIO FARCELA, CE LA STO FACENDO, CE LA POSSIAMO FARE - Nadja



Avevo sette anni quando mia madre si ammalò di cancro e undici quando morì, dopo quattro lunghi anni di ospedale e sofferenze.
Mio padre ne aveva trentanove anni (come me oggi) e tre figli (ne ho tre anch'io) e si ritrovò vedovo,  solo, perso .
La gente iniziò a dirgli che se non si rifaceva una famiglia gli avrebbero tolto noi tre.
Fu così che a nove mesi dalla morte di mamma si risposò con un'estranea vista un paio di volte(matrimonio combinato da gente che non si fece gli affari propri).
Iniziò l' inferno, quello vero, era cattiva, ci ha sempre trattati meno di zero, diceva che non volevamo niente, tutto e tutti erano meglio di noi.
Dopo qualche anno però mi arriva un fratellino, un sorso di vita dato che avevo rasentato il suicidio più volte.
Nonostante tutto quel bimbo mi cambiò la vita, me lo sono cresciuto con un amore senza confini.
Cresce lui, cresco io, mi diplomo, i primi lavoretti, mi fidanzo quattro anni ma non va, lo lascio, cambio e mentre lavoro, prima come segreteria poi in un negozio (andavo a lavoro sempre in jeans e maglione) da entrambi i datori subisco un brutto tentativo di violenza, le mani addosso me le hanno messe, il resto no, perché ho avuto la freddezza e la lucidità di reagire con sonore ginocchiate proprio lì!.
Taccio, sto male, lo dico solo a quello che all' epoca era il mio ragazzo che mi dice: che ti aspettavi? sei attraente  è normale che ci provano", agghiacciante!!
Gli ho detto addio.
Trovo altri lavori, tra cui il porta a porta ed è così che conosco un ragazzo diverso, dolce, affettuoso, ed è colpo di fulmine per entrambi.
Senza dir nulla a nessuno decidiamo di sposarci e di avere un figlio.
Le famiglie le avvisiamo quasi all' ultimo, capirai, matrimonio e pure incinta, ma non potevamo dire la verità, che lo avevamo deciso.
Tutti contro ed ebbi il mio primo attacco di panico, non sapevo cosa fosse ma il mio lui mi rimase accanto.
La prima casa, la prima figlia, decidiamo di avere un altro bimbo che arriva quando la prima ha due anni.
Il piccolo compie sei mesi, di lì a poco esplode la bomba, sono a lavoro, un attacco di panico terribile, "stavo morendo, ne ero certa", il capo mi porta al pronto soccorso, panico e ansia mi dicono, non ci credevo, come era possibile? Madre e moglie felicissima.
Di lì a poco tracolla anche la salute, mentre i bimbi dormivano leggevo un libro, d' un tratto il buio, cecità totale per diversi secondi, penso vabbè sarà il panico, lo sto curando (e stavo molto molto male con panico, ansia, agorafobia, depressione).
Succede di nuovo il giorno dopo, a piedi per strada, buio, mio suocero mi porta in ospedale, ricovero ed intervento urgente per glaucoma congenito che terrò sotto controllo.
Ansia e panico non migliorano, subentrano problemi alle ossa, per cui mi asportano parte delle ossa ai piedi e le sostituiscono con placche al titanio, due interventi in sei mesi, sempre più giù con la depressione.
L' anno dopo sollevando una busta con due litri di latte avverto un dolore lancinante all' addome, un grosso bozzo vicino la cicatrice dell' appendicectomia, penso sia un' ernia, di corsa in ospedale "era un rene finito avanti e incastrato sotto il duodeno, intervento d' urgenza, dieci giorni a letto immobile.
D' ora in avanti non potrò più lavorare, sollevare pesi né prendere in braccio i miei bimbi! Che botta.
Mi riprendo, ma depressione, ansia e panico peggiorano finché l'anno dopo mi viene una emiparesi, tutto il lato sinistro del corpo paralizzato, un mese di ospedale di risonanze, fisioterapia per sentirmi poi dire che era causata da un accumulo di stress, e ci credo.
Cambio psichiatra, mi tolgono l' antidepressivo perché quelli adatti al caso mio sono nocivi per il glaucoma (nel frattempo gli occhi peggiorano mi si restringe il campo visivo e nessuno sa perché, ad oggi sono cieca per metà all' occhio destro e appena appena un angolino al sinistro, la cosa lentamente progredisce, mi hanno solo detto che se non si scopre cosa sia vado incontro all' ipovedenza).
Nel frattempo nonostante ciò è due aborti spontanei, seppur in gravidanza a rischio riesco ad avere il mio terzo figlio, passa tutto, ansia,  panico, finché una sera i miei bimbi ed io veniamo aggrediti da dei vicini che dicevano di non sopportare il pianto del piccolino, riusciamo a rintanarci in casa,  chiamo mio marito e i carabinieri che però non possono far niente.
Ed ecco anni di panico, depressione, paure, più forti che mai.
Nel giro di tre anni vengo poi operata quattro volte al seno, con tanto di mastectomia bilaterale, infezioni, dolori, nuovo intervento, cinque ore sotto i ferri.
Sta volta però mi arrabbio con me stessa di brutto, mi dico "basta" CE LA DEVO FARE, NÉ DEVO USCIRE.
Mi cambiano ansiolitico, al consultorio trovo una bravissima psicoterapeuta che in due anni mi rende la vita totalmente diversa, mi fa vedere il bicchiere mezzo pieno e non quello mezzo vuoto, mi fa vedere la luce e non il buio o la penombra.
In tutto ciò ho sempre avuto accanto mio marito (solo all' inizio non mi aiutava perché non mi capiva).
Oggi a trentanove anni con un marito stupendo, tre figli meravigliosi posso affermare di stare molto molto meglio.
Non sono ancora guarita (anzi la recente scomparsa della mia adorata suocera mi sta facendo vacillare), ma riesco a godermi la vita, mi gira il mondo, barcollo, però mi aggrappo a mio marito o ai miei figli e vado, non rinuncio più.
Non ho neanche finito con gli interventi ma per ora non ci penso e finché gli occhi mi concederanno di vedere, mi guarderò i miei quattro amori crescere con me.
Che ne dite? me li posso permettere gli attacchi di panico? io credo di sì eppure so che ne uscirò.
IO VOGLIO FARCELA, CE LA STO FACENDO, CE LA POSSIAMO FARE.
Nadja

domenica 22 febbraio 2015

Questa ragazza soffre d’ansia, ma la sua esibizione è davvero emozionante!

Questa ragazza, che soffre di attacchi d'ansia, ha sconfitto le sue paure ed è salita sul palco di America’s Got Talent lasciando tutti senza parole

GUARDA IL VIDEO SOTTO

Non tutti sanno cosa vuol dire soffrire di attacchi di ansia e di panico, disturbi che hanno effetti incredibilmente limitanti per chi vuole condurre una vita normale. E’ questo il caso di Anna Clendening, una ragazza britannica di 20 anni che, a causa di una forte depressione e di continui attacchi di panico, è stata costretta a letto per mesi, incapace di fare progetti o anche solo di uscire di casa.

 Fortunatamente però ha continuato a coltivare la sua passione per la musica, che l’ha aiutata a sopportare l’angoscia e ad aumentare la sua stima personale. Con l’aiuto dei suoi genitori poi, è riuscita a prendere coraggio e a lanciarsi sul palco di America’s Got Talent per mostrare a tutti il proprio talento.
Nel video che vi proponiamo, la vediamo esibirsi in una bellissima versione di Halleluja di Leonard Cohen, davanti ad un pubblico numeroso che già dopo pochi secondi la applaude calorosamente. Alla fine della sua performance uno dei giudici si alza per abbracciarla e, quando le chiede dove ha trovato il coraggio per esibirsi davanti a centinaia di persone, lei risponde che se si trova là, il merito è dei suoi genitori che le sono stati vicino e l’hanno sempre supportata.
 Fidelity News

giovedì 19 febbraio 2015

Boccetta, 20 gocce, buio..di Martino Corti (Cantante-Attore)

È facile fare il santone in India o in cima a un monte.
Qui a Milano li voglio vedere.
Portate quel santone indiano, quello che stanno studiando da anni per capire come possa sopravvivere senza mangiare né bere, con quell'espressione di pace e serenità stampate in faccia... Ecco, quello lì... Se lo portaste a vivere qui lo troverebbero dopo 10 giorni a un semaforo con una rosa in una mano, un Big Mac nell'altra mentre tira calci alle portiere isterico...
Qualcosa non va e il nostro corpo ce lo fa notare: tremori, mancanza di fiato, nausea, ogni pensiero si trasforma in tragedia.

Il dottore sorride: "Si tratta di attacchi di panico".
"Oh mio Dio dottore è grave???".
"Ma no basta prendere 20 gocce quando arrivano e via".
"Ah beh ma allora...".
Per un po' bastano le sue parole, basta sapere che esista una soluzione.
È tutto perfetto: non vi ha visto nessuno a parte chi vi vuole bene (sarà facile convincerla/o che sia stata una congestione, una reazione caldo-freddo).
Ahhhh perfetto, pronti a ripartire.

Eccolo... Eccolo, lo sapevo, sta tornando.
Sta tornando, torna, è arrivato.
Boccetta, 20 gocce, buio.

Vi svegliate dopo un'ora e siete incredibilmente convinti di aver trovato la soluzione.
Poi succedono due cose: la prima è che dopo due o tre mesi andate a vedere la partita con i soliti amici e a 10 minuti da fine primo tempo realizzate di aver lasciato a casa la boccetta. Da questo momento vi rendete conto, in meno di 5 minuti, di essere più dipendenti dalle gocce di quanto lo siete stati da vostra madre nei primi 3 mesi di vita.
Una volta "franati" in casa (sudati, occhi a palla etc.) maturate la convinzione - prima di "bere a canna" le gocce - di aver capito che qualcosa non va e che quindi cercherete altre soluzioni.
Una volta calmi vi giustificate dicendovi che si tratti solo di un momento. In realtà si tratta di un modo per prendere tempo.

Arrivati al sesto mese vi rendete conto che probabilmente prendere 20 gocce e svenire non è La Soluzione. E questa sensazione diventa ancora più forte dopo aver sentito casualmente il pezzo di Giusy Ferreri -Piccoli dettagli - nel passaggio in cui dice "perché un momento può durare un momento oppure non passerà" (lì ha un altro senso ovviamente ma voi pensate che il testo l'abbiano scritto per voi, proprio per voi).
Ecco a questo punto siete pronti per svegliarvi!
Un'amica di un'amica della sorella di vostra cugina viene a sapere che soffrite di attacchi di panico. Lascia passare un po' di tempo e poi vi fa arrivare voce che anche lei ci è passata. E vi racconta che anche lei non usciva più di casa finché non ha iniziato un percorso diverso... Non avete capito bene ma dev'essere qualcosa che ha a che fare con la meditazione.

Meditazione?
Meditazione = Wanna Marchi.
"Guarda grazie mille, non per giudicare, ognuno può fare quello che vuole, ma a me di sciogliere il sale nell'acqua mentre batto le mani a tempo e ripeto sale grosso via il rimorso... Io guarda con la meditazione proprio... Grazie mille è... Ciao, ciao!"
Dall'altra parte una risata, un "ok" e un "quando e se vorrai io sarò qui".
Mettete giù e capite perché quella persona fosse considerata "strana".

Va bene, ma adesso?
Proverete senza gocce.
Vi capiterà, magari in un'occasione del tutto diversa dalle altre in cui vi era venuto, che vi arrivi un altro attacco di panico. Quasi un treno in faccia.
Un attacco che nella scala "Ansier" (la scala Richter del panico) è molto vicino al primo. Una bomba.
A questo punto avete ancora più paura perché eravate convinti che se aveste evitato le "situazioni-detonanti" (per esempio tanta gente, oppure il bere alcol, l'ascensore etc.) l'avreste scampata.
Eravate pronti a barattare tutte le feste, da qui alla vostra morte, pur di non provare più quella paura.
Ma lei vi ha fregato.

Va bene, ma adesso??
Adesso siete pronti a provare tutto.
Se Wanna Marchi fosse ancora in televisione partireste da lì.
Fortunatamente però potete saltare quel passaggio quindi richiamerete l'amica dell'amica della sorella di vostra cugina - quella strana - per chiederle un incontro.

Da qui ragazzi la strada è in discesa. È tutto più semplice, tutto più chiaro e piano piano sarete pronti non solo ad accettare gli attacchi di panico ma anche la difficoltà di accettare voi stessi.
Vedrete tutto da un'altra prospettiva e potrete persino scrivere un post per sorridere insieme a chi, come voi, non soffre ma gode di attacchi di panico.
Un post per dire loro che va tutto bene... (E comunque dirlo, scriverlo, ripeterlo come un mantra, lo fa sembrare un po' più vero!).
Viva tutto!

L' Huffington Post 
Martino Corti 

sabato 14 febbraio 2015

Gabbiani



Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

(V.Cardarelli)

mercoledì 11 febbraio 2015

Giovanni ha sconfitto il male “invisibile”

“La gente non capisce, un po’ come se quello che succede nell'anima fosse sempre meno importante di ciò che accade nel corpo”. Il problema è che il corpo non è fatto a compartimenti stagni. Giovanni ne è la prova. E' stato in balìa delle somatizzazioni per tanti anni della sua vita. “Quando racconto questa storia tutti si aspettano che abbia avuto chissà quale passato per arrivare a soffrire tanto, ma non è così”. Giovanni non ha una backstory di chissà quali episodi, si definisce il risultato particolare di una famiglia normale, di relazioni sociali normali, di un passato normale. E’ un giorno come un altro quando mentre cammina per andare all’Università, si blocca improvvisamente: “Non riuscivo più a proseguire. Ho guardato indietro, non riuscivo neanche più a tornare indietro”. Descrive una serie di percezioni ovattate, le voci delle persone, che gli chiedevano come stesse, lontane, volti sfumati.
Il cuore che batte forte, la sensazione dello svenimento. Questi episodi hanno accompagnato la vita di Giovanni per anni. “Quando non svenivo, vomitavo, avevo nausea. Stavo proprio male fisicamente. Non so neanche io quanti esami mi sono stati fatti, ho una cartella clinica da far invidia a mio nonno”. Un paio di anni di analisi, ricoveri, visite e il pensiero costante di avere qualcosa di gravissimo che non veniva capito, la rabbia verso i medici che non sapevano dirgli cosa avesse perché la frase dopo ogni esame era sempre la stessa “non c'è nulla”. “Poi un giorno, un medico una diagnosi me l’ha fatta, attacchi di panico’. Mi ci sono voluti altri due anni per convincermi che aveva ragione. Avevo sintomi fisici”. E poi c’è un'altra ragione: “Sembra assurdo, ma le persone certe malattie le capiscono meglio”. Perché nel sentire comune c’è l’idea che alcune malattie psicologiche, e psicosomatiche dipendano sempre da una volontà personale.Non è così. “Non voglio dare agli attacchi di panico tanto potere da dire che hanno rovinato la mia vita, certo però che ne hanno condizionato buona parte. Le mie relazioni sociali, l’Università , lo sport. Alla fine quando ho fatto pace con l’idea che non avevo nulla di fisico, mi sono messo a sedere davanti ad uno psicologo e ho poco a poco ripreso una vita normale. Vorrei dire che è stato facile, vorrei raccontare che da un giorno all’altro si è tutto risolto, ma non è stato così”. La paura di sentirsi male per Giovanni è stata spesso peggio del sentirsi male stesso. Oggi può dire che ce l'ha fatta: “La psicoterapia mi ha aiutato non solo a uscire dagli attacchi di panico, ma a capire perché capitavano e a rivedere le relazioni che avevo col mondo, quali errori commettevo”. Giovanni oggi ha una compagna, è riuscito a laurearsi con un po’ di ritardo e ha tanti progetti. Un po’ come una vita che è ricominciata, come se quella sensazione di intorpidimento della paura lo avesse fatto vivere per anni in un mondo ovattato, dove tutto era lontano e sfumato:suoni, voci, colori, come se la vita stesse scorrendo mentre lui restava immobile. “Oggi la vita scorre anche per me. Come se dopo essere stato tanti anni in stand by, adesso qualcuno avesse premuto il tasto pla”." E quel qualcuno è stato proprio lui.

Corriere di Arezzo